lunedì 6 giugno 2011

Una notte da leoni 2

Una Notte da Leoni era un buon film.
Divertente, sbroccato e abbastanza originale in quanto a struttura narrativa.
I tre protagonisti funzionavano bene e assistere alle loro disavventure faceva morire letteralmente dal ridere.

Questo sequel poteva avere del potenziale, peccato che nella sostanza sia praticamente una fotocopia del film precedente.
Cambia l’ambientazione (siamo a Bangkok, non più a Las Vegas), ma per il resto ci troviamo di fronte allo stesso, identico film: gag molto simili, situazioni pressochè identiche e solita carrellata di fotografie durante i titoli di coda.
Una Notte da Leoni 2 diverte, ma puzza veramente di more of the same, con molto same e poco more.
E’ un peccato, perché la formula di base era buona e sono convinto che con un po’ di inventiva in più si sarebbe potuto tirar fuori un sequel migliore.
Questo seguito invece tende a vivere di rendita, tanto è vero che non mancano i riferimenti (spesso anche eccessivi) alle situazioni viste nel primo The Hangover.
Poi oh, magari me lo ricordo male io, ma non mi pareva che il prequel (che pure era sbroccatissimo) premesse così tanto l'acceleratore sulla volgarità gratuita.

Una notte da leoni 2 è una commedia decente con parecchio umorismo grezzo, ma purtroppo non possiede la freschezza e l’originalità del suo predecessore.
Per carità, un paio di momenti riusciti in cui ci si capotta dal ridere ci sono anche, ma dal seguito di uno dei più spassosi film comici degli ultimi anni mi aspettavo qualcosina di più.
Vedremo come andrà con il terzo episodio, che a quanto pare è già in programma.

martedì 31 maggio 2011

Portal 2

La vicende che hanno portato alla genesi del primo Portal le conosciamo tutti.
Nato come gioco indie con il nome di Narbacular Drop, il progetto Portal è in seguito finito sotto l’ala protettrice di Valve, che lo ha trasformato in una sorta di spin-off della saga di Half-Life e lo ha inserito in quella meravigliosa collection che è l’Orange Box.

Nel 2007 il primo Portal mi aveva colpito tantissimo.
Durava poco, è vero, ma aveva tante di quelle idee da lasciarti stordito. Era geniale, un puzzle game in prima persona che richiedeva di ragionare come mai si era fatto prima.
E poi c’era quell’atmosfera così particolare, quel senso di abbandono, c’erano GlaDOS, il Companion Cube, Still Alive.
Un gioco breve, ma di un’intensità sconcertante.
E pensare che il tutto partiva da una singola e semplice idea che però si rivelava ben presto in grado di spalancare le porte a centinaia di possibilità in termini di gameplay: una pistola che sparava due portali comunicanti.
Le mie aspettative per il sequel, che stavolta prometteva di essere un gioco ancora più grosso e più longevo, erano quindi altissime.
Fortunatamente, la cara vecchia Valve le aspettative non le delude praticamente mai.

Portal 2 è infatti l’esaltazione totale del gameplay del primo episodio, che qui viene sviluppato, fatto maturare e arricchito. E attorno ad esso viene costruito un giocone di rara bellezza.
Portal sembra veramente un antipastino se confrontato a questo sequel. Anzi, sembra un titolo acerbo, un gioco che deve ancora esprimere tutto il suo enorme potenziale.

In questa sede, senza fare alcuno spoiler, vorrei veramente farvi comprendere perché Portal 2 è un capolavoro a tutto tondo, vorrei cercare di trasmettervi le emozioni che il titolo Valve mi ha regalato in due tornate di gioco.
E’ difficile, ma proviamoci.
Partiamo dall’inizio, parlando di uno dei più grossi pregi di questa avventura fantascientifica: il tasso di sfida.
Portal 2 è impegnativo il giusto. Non è mai frustrante e non richiede mai un'abilità manuale da giocatore hardcore (cosa che ogni tanto il prequel faceva).
La difficoltà è basata completamente sul ragionamento. Chiaramente spesso ci si trova di fronte ad enigmi che paiono rasentare l’impossibile ma, facendo lavorare la materia grigia e andandoci giù pesante con il pensiero laterale, arrivare a una soluzione non è mai così infattibile come appare all’inizio.
Bisogna solo avere la pazienza di mettersi lì, osservare con attenzione l’ambiente che ci circonda e capire il da farsi. E poi via, verso un nuovo enigma a base di portali.
Portal 2 non è difficile, è semplicemente un gioco che sprona il giocatore ad usare il cervello.

C’è un che di esaltante nel senso di progressione di Portal 2.
Una perfezione di forma e di sostanza che in un certo senso ricorda molto i migliori giochi Nintendo. E non è cosa da poco.
Ma questa perfezione non può dipendere unicamente dal bilanciamento della difficoltà.
Un gran gioco è fatto anche dalle idee che sa proporre. E in questo Portal 2 non ha eguali.
Per tutta la sua durata, infatti, introduce nuovi elementi che vanno a complicare le situazioni che il giocatore si trova ad affrontare e che espandono il concept di gioco in maniera impensabile.
Elementi attorno a cui, con ogni probabilità, si potrebbe addirittura sviluppare un gioco a sé. E qui scatta di nuovo il paragone coi giochi Nintendo, visto che di fatto è la medesima impressione che si prova davanti alle mille idee dei due Mario Galaxy.
Giocando a Portal 2 non ci si limita a rimanere stupiti di fronte a un magistrale level design o a sezioni di gioco particolarmente stimolanti. No, c’è molto di più, perché giocando a Portal 2 si riesce a percepire perfettamente la creatività e la fantasia di cui questo titolo è intriso fino al midollo.

Ma il bello è che Portal 2 non si ferma al puro gameplay.
C’è anche tutto il contorno, rappresentato in questo caso da una storia che, mi azzardo a dire, è una delle più belle e particolari che siano mai state raccontate da un videogioco.
La sensazione è quella di avere a che fare con una sorta di riuscitissimo ibrido tra un racconto di Isaac Asimov e un film Pixar.
Ma parlando di questo c’è il rischio di fare spoiler, quindi preferisco non entrare troppo nei dettagli.
Voglio però sottolineare come Portal 2 non conosca mai un attimo di stanca nemmeno per quanto riguarda la narrazione. Il ritmo è incalzante, i dialoghi sono brillanti e il gioco è pieno di colpi di scena che giungono sempre inaspettati.
Bello, bellissimo.
E i personaggi, doppiati da dio, sono qualcosa di indescrivibile. Wheatley è il mio nuovo idolo e una delle cose che voglio assolutamente fare prima di morire è andare a bermi una birra insieme a Stephen Merchant.
Portal 2, in sostanza, è un capolavoro anche nel suo comparto narrativo. E’ un gioco che “si sente”, che emoziona e che colpisce dall’incipit fino al finale. Che, tra parentesi, è letteralmente spaziale.

Per quanto mi riguarda, questo titolo è splendido in ogni suo aspetto.
Pure dal punto di vista tecnico si lascia apprezzare, considerando che in pratica sfrutta un motore grafico (il Source Engine) vecchio di sette anni e quindi più di tanto non si poteva fare. Ma anche qui Portal 2 fa di tutto per mascherare i suoi limiti tecnici con una serie di tocchi di classe grandiosi, come le stanze che si modificano e si risistemano all’arrivo del giocatore.

Spero con tutto il cuore che questo titolo venga ricordato come una pietra miliare nella storia dei videogiochi.
In ogni caso, anche se così non fosse, personalmente ricorderò Portal 2 come uno dei giochi più appassionanti su cui io abbia mai messo mano.
Questo mi basta.

domenica 29 maggio 2011

giovedì 26 maggio 2011

Dead or Alive Dimensions



Ecco a voi la videorecensione di Dead or Alive Dimensions!

mercoledì 25 maggio 2011

Game of Thrones: il fantasy rulla ancora

E’ da un bel pezzo che non parlo di serie tv.
All’incirca un anno fa Lost finiva, lasciando un vuoto incolmabile nel cuore di noi nerd.
Bisogna dire che con la fine di Lost sono diminuiti i mal di testa dovuti alle pippe mentali che ci sparavamo quasi quotidianamente, ma questo è un dettaglio irrilevante.
La verità è che Lost ci manca.
Ci manca John Locke, ci manca Jacob, ci mancano persino Paulo e Nikki, pensate un po’ come stiamo messi male.

Ovviamente negli ultimi dodici mesi ci siamo messi alla ricerca di una serie che potesse fare da surrogato.
Personalmente mi ero innamorato di Stargate Universe, che non sarà stato privo di difetti, ma il fatto che in un certo senso ricordasse una specie di Lost nello spazio me l’aveva reso subito simpatico. E poi tra i protagonisti c’era Robert Carlyle, che è indiscutibilmente un figo.
Sfortunatamente SGU è stato cancellato e, perdonate il gioco di parole, non sapremo mai quale sarà il destino dell’equipaggio della Destiny.

Ma non c’è stato solo Stargate Universe, di roba ne abbiam vista tanta.
V (che nella seconda stagione è migliorato molto), The Walking Dead, Big Bang Theory e, ora, Game of Thrones.

Game of Thrones è una serie HBO tratta dai romanzi de “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” scritti da George R.R. Martin.
E, diciamolo subito senza girarci intorno, caga letteralmente in testa a tutto quello che ho visto nel periodo post-Lost.
Il genere di appartenenza è il fantasy, anche se bisogna dire che l’ambientazione si distacca in maniera abbastanza marcata dal fantasy classico alla Tolkien.
Game of Thrones ha un taglio decisamente più realistico. L’impressione è quella di avere a che fare con una sorta di medioevo alternativo. Della magia, per dire, non vi è alcuna traccia e, almeno per il momento, le vicende narrate hanno sempre un che di verosimile.
Certo, non mancano elementi tipicamente fantastici come i draghi, ma non aspettatevi di vedere gente che spara palle di fuoco dalle mani e anelli del potere che rendono invisibili.

In realtà di azione in Game of Thrones non ce n’è neanche così tanta (anche se chi ha letto i libri dice che in futuro non mancherà).
La cosa intrigante di questa serie, infatti, non sono le “spadate”, ma le relazioni e i rapporti tra i vari personaggi.
Vuoi perché i dialoghi sono ottimi, vuoi perché gli attori sono eccezionali (Sean Bean alias Boromir, mica cazzi) e vuoi perché la recitazione è SEMPRE ad altissimi livelli, Game of Thrones colpisce soprattutto per gli intrighi, i complotti, i tradimenti e i colpi di scena di cui ogni puntata è infarcita.
Ciò che ne consegue è che dopo aver visto un paio di episodi ci si rende conto di essere rimasti letteralmente invischiati in questo universo fantasy assolutamente appassionante e coerente.
Ci si ritrova ad adorare alcuni personaggi (ciao Tyrion) e a volerne morti altri (ciao Joffrey).
Per farla breve, guardare Game of Thrones è interessante come poche altre cose.
Puntatone da un'ora scorrono via lisce come se durassero venti minuti. Tra l'altro è incredibile che quasi tutte finiscano con dei cliffangeroni spettacolosi in grado di lasciarti con un'acquolina in bocca allucinante.

Poi va bè, non mancano le cose ignoranti che piacciono tanto a noi.
C’è un alto tasso di violenza (vedere gente che decapita cavalli fa sempre un certo effetto), è pieno di topa e, soprattutto, si tromba tanto.
Davvero, praticamente in ogni episodio c’è una scena di sesso con tanto di nudo integrale.
E anche i dialoghi non vanno tanto per il sottile in questo senso, risultando spesso crudi e senza troppi peli sulla lingua.
Pochi cazzi, serie televisiva del momento che, tra le altre cose, incrementa ulteriormente una mia convinzione: i telefilm come li fa la HBO non li fa veramente nessuno.

In foto:
Signori, fate un bell’inchino: Tyrion Lannister!
Grandissimo personaggio e, soprattutto, un esempio da seguire per noi uomini virili! Lo mettiamo lassù, nell’Olimpo della gente col cazzoduro, insieme a Clint Eastwood.

martedì 24 maggio 2011

L.A. Noire: le impressioni iniziali sono promettenti. E di brutto anche.

Ho finalmente iniziato il nuovo titolo Rockstar.
Un gioco che, per chi non lo sapesse, si propone di far vivere al giocatore un’esperienza videoludica che si distacchi radicalmente dal semplice pattern “vai in giro, spara ai cattivi, completa la missione”.
L.A. Noire è infatti un gioco cinematografico che in un certo senso ricorda maggiormente roba tipo Heavy Rain piuttosto che un canonico free roaming made in Rockstar.
Diciamo che ci troviamo di fronte a una specie di riuscitissimo ibrido tra il discusso gioco di David Cage, GTA IV e un’avventura punta e clicca.

In L.A. Noire interpreteremo Cole Phelps, un poliziotto che dovrà far carriera nella Los Angeles degli anni 40.
Inizialmente saremo semplicemente dei banali piedipiatti di pattuglia, ma dopo poco tempo le nostre capacità verranno notate e saremo promossi, diventando dei veri e propri detective dell’ LAPD.
Saremo così chiamati a risolvere casi su casi e per farlo dovremo fare esattamente quello che farebbe un detective di un film noir: dovremo setacciare le scene del crimine, raccogliere prove e indizi, interrogare i testimoni (stando attenti che non raccontino palle) e scovare i colpevoli tra i principali sospettati.
Ogni tanto ci scapperà una sparatoria, una scazzottata o un inseguimento, ma si tratta di roba marginale, perché il vero cuore del gioco risiede nella parte investigativa.

Insomma, L.A. Noire è un titolo abbastanza atipico per i tempi che corrono e, dopo un paio d’ore di gioco, la mia impressione è che sia un’enorme figata.
E’ vero, amo i videogiochi e il puro gameplay (non per altro venero Super Meat Boy), ma adoro anche il cinema e proprio per questo L.A. Noire non può fare a meno di eccitarmi.
Calarsi nei panni di un detective e risolvere casi è, in una parola, appagante.
Le fasi di interrogatorio sono poi a dir poco esaltanti. Capire se un personaggio mente o dice il vero semplicemente cercando di decifrare le sue espressioni è qualcosa che, credo, in un videogioco non si era mai vista prima d’ora.
Tizio si guarda intorno nervoso ed evita di incrociare il nostro sguardo? Okkei, racconta palle.
Caio ci fissa nelle palle degli occhi con espressione ansiosa e ci parla con voce rotta e affannata? Mmmh, forse alla fine ci sta dicendo la verità.
Il coinvolgimento emotivo è ai massimi livelli, davvero.
E una volta che si scova il bandolo della matassa, tirando fuori una prova schiacciante e inchiodando lo stronzo che aveva provato a intortarci con una storiella da quattro soldi, la soddisfazione è tanta.
Veramente tanta.

A questo aggiungiamo i soliti pregi storici dei titoli Rockstar.
Grande atmosfera, dialoghi scritti benissimo, ottima recitazione.
E’ vero, ci ho giocato poco e magari al cinquantaquattresimo caso il gameplay di L.A. Noire avrà iniziato a rompermi le palle, ma a caldo dico che ci troviamo di fronte a uno dei candidati per il titolo di gioco dell’anno.
Insieme a Portal 2, chiaro.

In foto, un piccolissimo spoiler:
il primo caso “serio” che ho risolto come detective dell’LAPD. Al contrario di quanto si potrebbe pensare non c’è stato alcun morto ammazzato. Il colpevole aveva organizzato il suo finto omicidio con l'aiuto di un complice, per poter lasciare la propria moglie senza troppi casini e scappare a Seattle dalla sua amante.
Il sangue che vedete è quello di un maiale sgozzato per l’occasione, nel vano tentativo di rendere l’inganno più credibile.

mercoledì 18 maggio 2011

Superbrothers: Sword & Sworcery EP

Ogni tanto, quando gli dei del videogioco sono propizi, escono giochi che non sono soltanto “giochi”, ma vere e proprie esperienze interattive.
Queste esperienze sono robe strane. Ti si avvinghiano, ti entrano dentro e diventano indimenticabili.
Sono un po’ come delle belle opere d’arte: le vedi (in questo caso le giochi) e ti rendi conto di essere al cospetto di qualcosa di solenne e importante.

In un mondo fatto di FPS tutti uguali e di gente che ha crisi di astinenza perché non può giocare online per un mese, titoli del genere sono sempre più una rarità.
Ma fortunatamente, seppur pochi, esistono: Rez, Shadow of the Colossus e, da oggi, Superbrothers: Sword & Sworcery EP per iOS.

Sword & Sworcery è un’avventura in cui pixel art e musica si amalgamano andando a creare un’opera videoludica dal valore artistico non indifferente.
E’ un gioco che trascende i generi e che, pur ispirandosi a svariate pietre miliari della storia dei videogiochi, risulta unico e diverso da tutto quanto io abbia provato finora.

Giocando a Sword & Sworcery in cuffia ci si perde e ci si estrania totalmente dal reale.
iPad alla mano, ci si ritrova catapultati in un mondo fatto di pixel, scandito da un accompagnamento musicale che sembra riflettere i nostri stati d’animo più intimi.
Nella poesia visiva e acustica che ci circonda ci ritroveremo terrorizzati mentre siamo inseguiti da uno spettro, sereni e in pace con noi stessi mentre invochiamo degli spiriti in un mondo onirico ed esaltati come eroi leggendari dopo aver sconfitto in un’epica battaglia una forma geometrica divina.

A narrare le nostre gesta ci penseranno dei dialoghi scritti benissimo (purtroppo in un inglese piuttosto aulico e dalla comprensione non semplicissima) che, volendo, potranno essere tweettati in tempo reale.

E una volta che avremo completato la nostra avventura, quando la nostra esperienza sarà conclusa e ci renderemo conto di essere seduti sul divano con un tablet fra le mani e degli auricolari nelle orecchie, avremo la consapevolezza di aver vissuto qualcosa di irripetibile.
Sono solo giochini, è vero, ma ogni tanto qualche emozione grossa te la danno.
Ed è bello quando accade.

Per chi fosse interessato, la colonna sonora di Superbrothers: Sword & Sworcery EP è reperibile su iTunes al prezzo di 7,99 €.
Chiaramente ne consiglio caldamente l’acquisto.
Il gioco invece costa 3,99 € in versione universale (iPad, iPod Touch e iPhone) e 2,39 € in versione micro (solo iPhone e iPod Touch).