domenica 19 febbraio 2012

Star Wars Episodio I: La minaccia fantasma 3D

Questa settimana sono andato a vedere Star Wars Episodio I in 3D!
Prendiamola larga e iniziamo parlando di ciò che rappresentava questo Star Wars all’epoca della sua uscita, vale a dire nel 1999.
La prima volta che sentii parlare di una seconda trilogia di Guerre Stellari correva l’anno 1993.
Ricordo che lessi su Game Power un trafiletto in cui si accennava al fatto che George Lucas avesse intenzione di girare altri tre Guerre Stellari che avrebbero fatto da prequel ai vecchi film e avrebbero narrato le vicende della Guerra dei Cloni (o dei Quoti che dir si voglia).
La notizia mi estasiò letteralmente, visto che ai tempi ero in fase di scimmia potente per i film della vecchia trilogia.
Sarebbero passati anni però prima di avere delle informazioni concrete su Star Wars Episodio I.
Era infatti la fine del 1998 quando, sfogliando una rivista mentre ero dal dentista (forse era Panorama o forse TV Sorrisi e Canzoni, non ricordo con esattezza), mi imbattei nelle prime immagini tratte dal trailer di Star Wars Episodio I: La Minaccia Fantasma!

Mioddio.
Era vero.
Esisteva.
Lo facevano sul serio.
Il film che avevo aspettato per quasi tutta la mia vita (avevo 13 anni, oh!) stava finalmente per uscire.
E c’era Obi Wan Kenobi da giovane, e c’erano i cavalieri Jedi, e c’era Darth Fener da bambino, e c’erano effetti speciali incredibili, e c’era un cattivo fighissimo con una spada laser a doppia lama ancora più figa!
Immaginatevi che effetto potessero avere poche immagini di Episodio I su un ragazzino di 13 anni fanatico della saga di Star Wars!
I mesi che mi separarono dall’uscita del film trascorsero lentamente, caricandomi di aspettative sempre più mastodontiche.
L’estate del ’99 la passai in scimmia totalissima, con addosso un hype insopportabile.
Una domenica del mese di Luglio scaricai pure il trailer dal sito di Star Wars e con la connessione che avevo allora ci misi una quantità di tempo spropositata. Tra l’altro era pure quello in lingua giapponese, perché quello in inglese veniva giù a velocità ancora più pachidermica.

Il trailer in questione era questo qua.
Me lo riguardai tipo sei milioni di volte e il bello è che le voci in jappo mi sembravano rendere tutto ancora più epico di quel che era.

Poi, nel mese di Settembre, Episodio I uscì anche in Italia!
Chiaramente lo adorai, del resto avevo anche 14 anni e insomma, essere oggettivo su Star Wars è una cosa che mi risulta difficile ancora adesso, figuriamoci a quell’età lì!
Dovette passare qualche annetto prima che riuscissi a dare un giudizio su Episodio I abbastanza critico e scevro di ogni tipo di fanboysmo.

Vediamo dunque di approfittare dell’uscita nei cinema di questa versione 3D per parlarne un po’, di questo Episodio I.
Iniziamo dicendo che La Minaccia Fantasma è chiaramente un film con dei problemi.
Intendiamoci, è comunque uno Star Wars godibilissimo ed un film fantasy di tutto rispetto (soprattutto se confrontato a certe porcate che escono di questi tempi), ma ha le sue belle cosette che non vanno.

Prima di tutto Jar Jar Binks.
Si è detto di tutto in proposito, ma vale sempre la pena girare il coltello nella piaga quando si parla di questo mentecatto.
Jar Jar è probabilmente uno dei personaggi più idioti, insulsi, insopportabili e inutili della storia del cinema.
E’ costantemente tra i coglioni, non fa ridere, si esibisce in gag terrificanti e parla come un deficiente.
Lucas lo ha inserito probabilmente per accattivarsi un pubblico di giovanissimi, ma non ha tenuto conto del fatto che tutta la gente sopra i sei anni lo avrebbe detestato a morte.
La roba più agghiacciante è che ho sempre avuto il sospetto che Lucas avesse intenzione di far coprire a Jar Jar un ruolo di primaria importanza in tutta la Nuova Trilogia, riservandogli anche in Episodio II e III la stessa quantità di spazio che aveva ne La Minaccia Fantasma. Poi chiaro, le orde di fan che volevano Jar Jar impalato vivo gli hanno fatto cambiare idea e così il gungan, a partire da Episodio II, è diventato un personaggio completamente secondario.
Grazie al cielo eh, però ormai con Episodio I la frittata era fatta.

Jar Jar Binks in The Force Unleashed.

Ma il problema di Episodio I non è solo Jar Jar.
Parliamo ad esempio dei dialoghi.
Nella Vecchia Trilogia avevamo dialoghi spesso brillanti, battute epocali che rimanevano in testa e personaggi eccezionali che spesso ravvivavano il tono delle conversazioni, facendole sembrare meno paccose di quanto fossero in realtà.
In questo film invece manca il brio, manca il personaggio alla Han Solo che ogni tanto ci butta dentro la cazzatina sarcastica, manca il ritmo.
I dialoghi sono spesso tremendamente soporiferi e raramente ci si esalta per le robe dette dai personaggi.
A peggiorare le cose ci pensa un adattamento in italiano spesso delirante.

“Sento che hanno una paura sproporzionata alla trivialità di questa vertenza commerciale. Con scappellamento a destra, come fosse Antani!”.
Conte Mascetti, nasconditi!

E poi i personaggi.
Qui-Gon è in pratica l’unico che si salva. E’ caratterizzato ottimamente e corrisponde perfettamente all’idea di maestro Jedi saggio e potentissimo.
Il resto però è da mani nei capelli.
La colpa non è degli attori, che sulla carta sono tutti bravissimi (Samuel Jackson, McGregor e la Portman non sono esattamente delle pippe), ma proprio del modo in cui sono delineati i personaggi che interpretano.
Per chi era abituato al vecchio Obi interpretato da Alec Guinness, il giovane Obi-Wan di Episodio I è un’enorme delusione. Ha lo spessore di una sottiletta e non dice o fa niente di rilevante fino agli ultimi dieci minuti di film.
Tra l’altro, se c’è una cosa in cui Lucas ha davvero pisciato fuori dal vaso, è nel tratteggiare il suo rapporto con Anakin. In Episodio I i due si parlano in tutto DUE VOLTE, dicendosi una frase a testa!
Ora, io capisco che il rapporto Anakin-Obi viene descritto negli episodi successivi, ma per rendere la faccenda più interessante Lucas poteva iniziare a buttar là due cosette anche qui!
Anche perché non è che si tratti proprio di una robetta marginale nell’economia della Nuova Trilogia, eh!

Infine la storia.
I vecchi film funzionavano anche perchè erano molto diretti.
C’erano i buoni (Alleanza Ribelle) e i cattivi (Inter Impero).
I primi vogliono salvare la Galassia dai secondi.
Stop, finita lì, poche pippe mentali.
In Episodio I abbiamo un groviglio incasinatissimo di intrighi, sotterfugi e manovre politiche che rendono tutto un gran bordello, destinato a diventare ancora più contorto in Episodio II.
Ora, io capisco che il titolo stesso del film (La Minaccia Fantasma) faccia capire molte cose e che tutto il casotto non è altro che un machiavellico piano di Palpatine per distruggere i Jedi e assoggettare la Repubblica, ma mi pare innegabile che Episodio I sia un film molto poco chiaro, soprattutto se si ignora ciò che accadrà poi (non solo nei vecchi film, che chiunque guardi i prequel dovrebbe aver già visto, ma anche in Episodio II e III).
Nella vecchia trilogia la politica c’era ma era sempre sullo sfondo, tutto era incentrato sulle vicende dei protagonisti. Qui invece la politica è sempre in primo piano.
Poi per carità, è fighissimo vedere il senato della Repubblica Galattica, il Consiglio Jedi e tutte quelle cose lì, ma davvero il baraccone non avrebbe potuto essere un po’ meno verboso?

Fino a qui potrebbe sembrare che La Minaccia Fantasma mi abbia fatto schifo in toto.
In realtà non è proprio così, perché Episodio I, pur essendo una pellicola costellata da diverse cagate, è anche un film in grado di esaltare l’appassionato di Star Wars.
C’è ad esempio l’incipit del film, con Qui Gon e Obi-Wan che fanno bordello sulla nave della federazione.
C’è il duello finale contro Darth Maul che è oggettivamente uno dei combattimenti migliori della saga, accompagnato tra l’altro dal bellissimo Duel of Fates, uno dei pezzi migliori composti da John Williams.
C’è la corsa degli sgusci, che a un sacco di gente sta sul cazzo, ma forse ‘sta gente si dimentica che nel 1999 era una roba da mascella slogata (ed è una delle poche scene per cui vale una pena dare un occhio a questa versione in 3D).
C’è la scena dell’addio di Anakin alla madre, che è bellissima.
C’è Yoda che percepisce già la paura di Anakin, roba importantissima e su cui di fatto si baserà la caduta del futuro Darth Fener.
C’è Qui-Gon, che come detto è un personaggio che spacca.
In fin della fiera si sta comunque parlando di Star Wars e, come dice Nab, Episodio I rimane pur sempre un tassello estremamente importante dell’esalogia, un tassello che apre la strada a tutto quello che verrà poi.
Spiace un po’ che le pecche di questo episodio abbiano finito per condizionare anche gli episodi successivi.
Anche se oh, secondo me La Vendetta dei Sith rimane proprio un bel film, perfettamente all’altezza di quella che era la Vecchia Trilogia.

E’ stato dunque un piacere rivedere Star Wars al cinema, nonostante tutto.
Il 3D non è stato così incisivo, sebbene un paio di scene avessero il loro perché, ma alla fine poco importa.
La roba brutta è che siamo entrati in sala a film già iniziato perché in biglietteria c’era una coda spaventosa (abbiam beccato la sera in cui trasmettevano in diretta la mostra di Leonardo, che culo).
E insomma, se chi mi legge è fan di Star Wars capirà che vedere un episodio della saga perdendosi l’opening crawl è un po’ come bombarsi Iga Wyrwal senza smanacciarle le poppe.

venerdì 17 febbraio 2012

Bulletstorm

Nel corso degli ultimi anni lo sparatutto in prima persona è diventato un genere assai inflazionato.
Trascinato dal fenomeno Call of Duty, l’FPS è salito in breve tempo alla ribalta, diventando la tipologia di gioco dominante su quasi tutte le piattaforme esistenti.
Personalmente ho sempre apprezzato questo genere sin dai tempi di Doom, ma non ne ho mai fatto una malattia.
Non sono uno di quelli che si fanno duecento ore nel multiplayer di Battlefield 3, per intenderci.
Quel che cerco in un buon FPS è un gameplay stimolante, tanta spettacolarità e, magari, qualche bella ideuzza che lo aiuti a distinguersi dalle centinaia di sparatutto bellici tutti uguali che affollano gli scaffali dei negozi.
E’ probabilmente per questo motivo che ho letteralmente AMATO un titolo come Bulletstorm.

Senza girarci troppo intorno vi dico che Bulletstorm è una delle cose più divertenti che io abbia mai giocato e, a mio avviso, il miglior gioco dello scorso anno insieme a Portal 2.
Per essere interessante ai miei occhi, dicevo prima, un FPS deve saper proporre qualcosa di originale. A prima vista Bulletstorm sembrerebbe il più classico degli sparatutto fantascientifici.
Chi lo osserva distrattamente potrebbe pensare che non ci sia nulla di nuovo all’orizzonte e che il titolo People Can Fly sia l’ennesimo gioco “carino ma nulla più” destinato ad essere sotterrato dal Crysis 2 o dall’Halo Reach di turno.
Nulla di più sbagliato, perché Bulletstorm è uno degli FPS più geniali e originali degli ultimi tempi.

Questa originalità deriva prima di tutto dalla suo particolare gameplay.
In Bulletstorm non basta uccidere i nemici, ma bisogna ucciderli in modo spettacolare e creativo, sfruttando l’ambiente circostante e combinando le abilità che abbiamo a disposizione.
Vi faccio un esempio della situazione tipo che ci si trova ad affrontare:
ipotizziamo di essere in una stanza piena di tizi che vogliono farci la pelle.
Prima di tutto ci avviciniamo velocemente al nemico meno distante e gli tiriamo un calcio, facendolo volare contro degli spuntoni che escono dalla parete.
Poi headshottiamo velocemente quell’altro tizio dietro di noi.
Successivamente usiamo il nostro cappio per agganciare il bastardo che si nasconde nell’angolino e strattonarlo nella nostra direzione. Quando ci è quasi arrivato addosso lo sbalziamo via con un calcio e lo finiamo con una rapido colpo di shotgun che lo apre letteralmente in due.
Restano due nemici nella stanza.
Entriamo in scivolata su quello più vicino e lo sbalziamo contro un pannello elettrificato facendolo morire folgorato all’istante!
Stiamo per scivolare anche verso l’altro nemico quando notiamo che di fianco a noi c’è un barile esplosivo. Calciamo il barile addosso al nostro avversario e lo vediamo esplodere in mille pezzi!
Crediamo che sia tutto finito fino a quando un altro gruppo di nemici irrompe nella stanza sfondando una parete!
A questo punto lanciamo il nostro cappio verso di loro e carichiamo il colpo speciale che li fa volare tutti per aria, mandandoli a spiaccicarsi simultaneamente contro il soffitto!
Ora la via e libera, possiamo proseguire.
Sballo.
E la situazione che ho descritto non è nemmeno delle più adrenaliniche.

Bulletstorm è tutto così.
Non c’è mai un punto morto, mai un attimo di stanca e raramente ci si trova a sparare normalmente per sbarazzarsi di chi ostacola il nostro cammino. Il titolo People Can Fly è un gioco che richiede costantemente di giocare con stile.
Sì, perché solo giocando cercando di variare le modalità di uccisione si ottengono abbastanza punti per comprare munizioni e colpi speciali.
Non si può e non ha senso giocare a Bulletstorm come fosse un FPS come tanti, anche perché è il level design stesso a incoraggiare un gameplay tutto frizzi e lazzi.
Tutti i livelli sono infatti disseminati di robe da usare a nostro vantaggio per uccidere con stile: si va dal classico barile esplosivo alla pianta carnivora che ingoia tutto quello che le passa davanti, passando per la ventola che sembra fatta apposta per sbudellare il mutante di turno.
Bulletstorm è un FPS con un’anima arcade e lo si capisce al volo vedendo gli indicatori di punteggio che compaiono ogni volta che si effettua un’uccisione. Ed è bellissimo quando riusciamo a far fuori più nemici contemporaneamente e vediamo lo schermo affollarsi di scritte lampeggianti, mentre il nostro punteggio schizza in avanti di qualche migliaio di punti!
Per farvi capire meglio di che razza di pasta è fatto questo titolo vi dico solo che in Bulletstorm persino i collectibles possono essere sfruttati per dare vita a uccisioni ancora più scenografiche e remunerative!

Un gioco dal gameplay così soddisfacente ed entusiasmante è cosa rara.
Il bello è che Bulletstorm non convince solo per il comparto ludico, ma anche grazie a tutto il contorno.
I dialoghi (doppiati in italiano splendidamente tra l’altro) sono veramente tra i migliori che mi sia capitato di sentire in un videogioco: spassosissimi, sempre sbroccati e pieni di battute epiche.
Stesso discorso per i personaggi. Pochi, ma tutti caratterizzati splendidamente. Inizialmente si può aver l’impressione di avere a che fare con dei semplici cloni dei COG di Gears of War, ma ben presto si scopre che Grayson, Ishi e Trishka hanno una personalità tutta loro e sono probabilmente i più carismatici protagonisti visti in un FPS caciarone dai tempi di Duke Nukem (questa è grossa ma fidatevi che sono convintissimo di quello che dico).

Bulletstorm mantiene per tutta la sua durata uno stile sbracato e splendidamente casinaro, anche quando occasionalmente la sua storia vira su parti un po’ tragiche.
E’ un gioco violento, ma di una violenza che non risulta mai fastidiosa e di pessimo gusto.
E’ un titolo che ha il coraggio di non prendersi mai sul serio e che riesce a stordire il giocatore con tantissimo divertimento dall’inizio alla fine, offrendo una campagna non lunghissima ma eccezionale in tutto e per tutto.
Ciliegina sulla torta: il gioco è anche bellissimo da vedere, visto che è coloratissimo e spesso e volentieri offre dei panorami a dir poco maestosi.

Speriamo in un seguito il più presto possibile.

giovedì 16 febbraio 2012

Metal Gear Solid HD Collection

Vi avviso che questa è una recensione un po’ "atipica".

La settimana scorsa hai preso la Metal Gear Solid HD Collection, ti sei rigiocato Metal Gear Solid 2 e stai rigiocando a Metal Gear Solid 3.
Chi ti conosce saprà che sei un romanticone a cui piace abbandonarsi alla nostalgia e ai ricordi rievocati da titoli giocati, sette, otto, dieci anni fa.
Che Ico è bello e tutto, ma ai tempi non l’avevi comprato e quindi l’effetto “quando c’era lui” va un po’ a perdersi.
Capita invece che rigiocando a Metal Gear Solid 2 ti vengano in mente un sacco di fatti avvenuti a cavallo tra il Febbraio 2002 e il Giugno 2002, periodo della tua vita che inconsciamente ti viene da associare all’uscita del secondo capitolo della saga Kojimiana.
E’ il bello dei videogiochi attempati del resto. Come un libro, un film o una fotografia sanno essere una finestra sul nostro passato.

Ed è quindi così che gli interminabili dialoghi via codec, la metareferenzialità, la scassatura di palle della telecamera fissa e i controlli ormai legnosi di Metal Gear Solid 2 passano completamente in secondo piano, sostituiti dalle miriadi di cose che vengono in mente giocando.
Di quando, ad esempio, subito dopo aver sconfitto Olga sul tanker, ti era arrivata quella telefonata inaspettata da parte di una certa ragazza e tu avevi spento la console in fretta e furia ed eri stato lì a parlare con lei per un’ora e poi per tutto il resto della giornata eri stato contentissimo.
Ti ricordi anche di quella volta che tu e altri due tuoi compagni vi eravate appostati nel parcheggio della scuola per parlare a quattr’occhi con un vostro amico che si era comportato un po’ da stronzo e questo era scappato a razzo in bicicletta pensando che voleste menarlo. E ti vien da ridere a pensare che probabilmente anche chi all’epoca non c’era (ad esempio Rikky) capirà al volo chi era questo tuo amico, perché passano gli anni ma certe robe non cambiano.

(Di introduzioni così non ne fanno più)

Ti viene in mente dell’epico torneo di basket a cui avevi partecipato con una squadra scassatissima in cui eravate tutti delle pippe allucinanti a parte Febbra. Poi bellissimo il fatto che avevate passato settimane a cercare un nome decente per 'sta squadra, ma alla fine non avevate trovato un cazzo, così avevate chiesto ad Ambrogio di inventarsi un nome per voi. Lui aveva scelto Red Lions (scritto "Read Liones"...).
Comunque sia alla fine avevate perso tutte le partite in maniera ignobile, l’unica che avevate giocato più o meno alla pari era quella contro una squadra composta da Pit, Patrick e Diego, o almeno ti pare che il terzo fosse Diego (all’epoca non conoscevi ancora nessuno dei tre, pensate i casi).
Avreste potuto vincere se Pit non fosse stato alto tre metri già a quindici anni.

E poi ci sono un sacco di altre cose che ricordi con piacere.
Di quando ad esempio Frigerio vi aveva chiesto di provare a buttar giù un articolo di giornale a tema libero e tu avevi avuto le palle di scrivere un articolo che parlava proprio di videogiochi. Che fare una cosa simile in un polverosissimo liceo classico, in prima liceo, equivaleva un po’ a prendere un foglio protocollo e consegnarlo in bianco.
E invece tu avevi raccolto la sfida e avevi scritto una roba che a rileggere ora ti verrebbe da metterti le mani nei capelli, ma caspita che soddisfazione, anche perché era la prima volta in assoluto che ci provavi, a scrivere di videogiochi.
E alla fine avevi preso anche 8.

E potresti andare avanti per ore a elencare fatti avvenuti in quel periodo, ma forse è meglio che ti fermi qui, che altrimenti ti commuovi e finisci a rimpiangere i tempi del liceo, che se all’epoca ti avessero detto che avresti rimpianto quegli anni lì ti saresti sparato in bocca tipo subito.
E poi, a pensarci bene, forse certe robe non è neanche il caso di scriverle in questa sede (e qui concedetemi un LOL).

Questo è Metal Gear Solid 2.
Per il 3 è più o meno lo stesso discorso, cambia solo che è un gioco un po’ più recente e quindi c’è forse meno nostalgia.
Però che sballo quando eri andato a comprarlo sfidando una nevicata apocalittica (nel 2005 aveva nevicato all’inizio di Marzo, oh).
E che roba emozionante quel finale lì, ancora ti vengono i brividi, dopo sette anni rimane pazzesco a livello emozionale, anche se secondo un sondaggio del Guinness World Records il miglior finale di tutti i tempi è quello di Call of Duty: Black Ops (e qui invece ci sta un bel ROTFL).

(SPOILER: questo è il best ending ever, non me ne vogliano Portal 2 e Red Dead Redemption)

E poi basta, non hai veramente altro da dire.
Forse avresti dovuto parlare della qualità di questa collection, dei 60 fps di Metal Gear Solid 3 * e dei controlli su XBOX 360 adattati un po’ alla cazzo di cane perché i tasti non hanno i 256 livelli di pressione come il Dual Shock 2.
Magari avresti dovuto dire qualcosina anche su Peace Walker, ecco.
Ma alla fine chissenefrega di queste minchiate.

* E comunque oh, 'sta collection merita di essere comprata anche solo per questo. Che goduria, mamma mia.

martedì 7 febbraio 2012

Mission: Impossible - Ghost Protocol

Aspettative pienamente soddisfatte.
Il nuovo Mission: Impossible è un vero e proprio ottovolante, un action movie dal ritmo semplicemente pazzesco, girato splendidamente, pieno di scene spettacolari e con un mucchio di gadget assurdi (che però, ogni tanto, fanno cilecca).
La scalata del grattacielo di Dubai è probabilmente una delle robe più esaltanti che mi sia capitato di vedere al cinema di recente e vale quasi da sola il prezzo del biglietto.

Tutto bello insomma.
Difficile dire se questo Mission: Impossible sia il migliore della serie o meno, anche perché tra le altre cose è passato un decennio buono dall’ultima volta che ho visto i primi due film e di conseguenza me li ricordo veramente pochissimo.
Quel che è certo è che stiamo parlando di una delle migliori pellicole action degli ultimi anni, probabilmente la migliore in assoluto se robe zarre come Fast 5 o A-Team non sono troppo nelle nostre corde.
Anche se oddio, l’incipit di Mission: Impossible III (che ho rivisto giusto ieri sera) a mio avviso non si batte in alcun modo, non c’è proprio un cazzo da fare, è una roba bellissima e in puro stile Abrams.

Bizzarro che sia proprio il rewatch del terzo episodio della serie a mettere in risalto l’unico grosso difetto di Ghost Protocol, vale a dire la mancanza di un “cattivo” carismatico.
In Mission: Impossible III Davian, interpretato da un grandioso Philip Seymour Hoffman, era un villain coi contromaroni, uno stronzo bastardissimo e implacabile che impiantava cariche esplosive nelle teste di chiunque osasse ostacolarlo e che riusciva a far paura anche quando si trovava apparentemente con le spalle al muro (“Come ti chiami?”).
In Ghost Protocol abbiamo invece un antagonista abbastanza insipido, che proprio non ce la fa a bucare lo schermo.
Ed è un peccato, perché per il resto tutto il cast funziona alla grande.
Tom Cruise è come al solito perfetto nei panni di Ethan Hunt. E qui mi sento di spezzare una lancia a favore del nostro nanetto, che sarà anche un pazzo che crede negli alieni, ma nei film in cui è in parte rulla sempre tantissimo. Inoltre in coppia con Renner secondo me funziona daddio.
Paula Patton ottima nel ruolo della gnocca di turno, anche se un mio amico juventino dice che sembra la versione femminile di The Rock (don’t ask).
Simon Pegg è la spalla comica e… Va bè, è lo Shaun di Shaun of the Dead, che altro vi devo dire?
Dulcis in fundo: c’è pure Sawyer di Lost che fa una comparsata.

Film divertentissimo dunque, il mio 2012 cinematografico non poteva iniziare meglio di così.
Da un bel blockbusterone spensierato è francamente difficile chiedere di meglio. Se ci fosse stato un antagonista ai livelli di Davian probabilmente starei parlando di Best Mission: Impossible Evah senza se e senza ma.
Comunque sia, nonostante questo, approvato in pieno.

giovedì 2 febbraio 2012

Resident Evil Revelations

Se la memoria non mi inganna, non c’è mai stato un Resident Evil portatile degno di questo nome.
Verso la fine degli anni 90 c’era in ballo una conversione del primo Resident Evil per Game Boy Color, ma il progetto era fin troppo ambizioso, quindi Capcom lo cancellò e ripiegò su Resident Evil Gaiden, titolo che non mi pare sia passato alla storia esattamente come un gran capolavoro.
Revelations è quindi il primo vero Resident Evil da passeggio che non ha nulla da invidiare ai fratelli maggiori usciti su console casalinghe.

Nella sua atmosfera orrorifica questo Resident Evil ricorda una via di mezzo tra Resident Evil 4-5 e i primissimi capitoli della serie.
Non bisogna aspettarsi un titolo in grado di rivaleggiare con il primo e il secondo episodio, ma la nave da crociera infestata da orrende mutazioni genetiche è una location che funziona splendidamente bene.
Funzionano un po’ meno le altre ambientazioni proposte, ma non è un grosso problema considerando che la maggior parte del gioco si svolge proprio sulla nave.

Dal punto di vista del gameplay il titolo Capcom assomiglia ovviamente agli ultimi due Resident Evil usciti, quindi stiamo parlando di un gioco d'azione in terza persona in cui si passa parecchio tempo a sparare. C'è da dire che qui le munizioni vengono distribuite con maggiore parsimonia e questo contribuisce ad aumentare quella sensazione di "sopravvivenza precaria" che si era andata un po' perdendo nel quarto e nel quinto capitolo della serie.
E’ stato poi introdotto un nuovo oggetto, una specie di scanner che consente di analizzare nemici e ambienti circostanti per trovare item nascosti.
Il livello di difficoltà è ben bilanciato e sorprendentemente (anche a normal) offre un buon livello di sfida. Se non si sta attenti si può arrivare a morire parecchio, soprattutto durante i boss fight e nelle sezioni in cui i nemici ci attaccano a ondate.
I controlli funzionano abbastanza bene. Ho giocato con il circle pad pro che, pur essendo un accrocchio brutto come la morte, migliora sensibilmente i comandi del gioco, ma ho provato la demo utilizzando il 3DS liscio e anche così mi pareva di trovarmi abbastanza bene.

Certo, come sempre i controlli di Resident Evil sono un po’ legnosi, proprio in Capcom non ce la fanno a sfornare un survival horror che si controlli in maniera fluida tipo Dead Space, ma Revelations si lascia giocare senza problemi anche durante le situazioni più concitate.
Ci sono anche nuove idee abbastanza carine, come la possibilità di sparare mentre si è a terra e le sezioni subacquee.
Non mancano poi i puzzle da risolvere tramite il touch screen, anche se si tratta quasi sempre di enigmi semplicissimi e francamente trascurabili.

Un Resident Evil convincente dunque, che colpisce anche dal punto di vista grafico.
Il 3DS viene sfruttato a dovere e Revelations è sempre un bello spettacolo visivo. Il 3D non è esattamente incisivo come in Mario 3D Land o Mario Kart 7, ma garantisce comunque una buona dose di profondità e di immersione.
Giocare a Resident Evil Revelations al buio, con un paio di cuffie e il 3D attivato è sicuramente una bella esperienza.

Resta il fatto che stiamo parlando di una tipologia di gioco che non si adatta un granchè bene alla fruizione portatile, anche se bisogna dare merito a Capcom di averci provato in tutti i modi a spezzettare e alleggerire l’azione di gioco.
Prima di tutto con l’introduzione dei checkpoint e poi con la suddivisione del gioco in episodi, con tanto di riassunto della puntata precedente all’inizio di ciascuno di essi (ciao Alan Wake).
C’è poi il problema della storia, che è un’accozzaglia di eventi abbastanza deliranti. Anche qui però ci sono delle novità gradevoli, per esempio vengono introdotti due comprimari che per una volta non sembrano fotomodelli e riescono addirittura a fare un paio di battute divertenti!
E poi seriamente, esiste ancora gente che si aspetta qualcosa dalla storia di Resident Evil? Personalmente a me basta che diano una bella ambientazione da film horror e un pretesto per sparare a zombi/aberrazione di vario genere, poi mi accontento anche di una trama da B-Movie.

Revelations è dunque un validissimo Resident Evil che non scende a compromessi.
E’ un gioco di indubbia di qualità che, tra le altre cose, propone un’offerta ludica che si distanzia in maniera abbastanza marcata da quella che fino ad ora è stata proposta dalla ludoteca del 3DS (ludoteca che comunque inizia a farsi interessante).
E insomma, storia insegna che più varietà c’è su una console, meglio è.
Quel che è certo è che, dopo Resident Evil Rebirth e Resident Evil 4, abbiamo un’ulteriore conferma che i Resident Evil che escono sulle console Nintendo rullano tantissimo.
Anche se oddio, in effetti non è che lo Zero fosse ‘sta gran roba da quel che ricordo.

Noticina a margine: solo io vedo probabilissima una conversione pompata di Revelations per PSVita?
Anche perché, altra curiosità, questo Resident Evil in origine doveva uscire su PSP. Ricordate quel Resident Evil Portable annunciato all’E3 2008 che poi è sparito nel nulla? Era palesemente questo, dai.

Visto che ci siamo, fatemi dire due cose anche a proposito del trailer di Resident Evil 6 uscito pochi giorni fa.
A me è piaciuto parecchio.
Trovo un po’ stupido lamentarsi delle presunte contaminazioni da Vanquish e da Gears of War.
Prima di tutto perché ben vengano se aiutano a svecchiare il gameplay e a renderlo meno ingessato. In secondo luogo perché su, anche il primo Resident Evil, nel lontano 1996, era palesemente ispirato ad Alone in the Dark. E nessuno si lamentava troppo.
Capisco che molti disprezzino dal profondo la svolta action della serie e avrebbero gradito un ritorno alle origini (o alle atmosfere del primissimo trailer di Resident Evil 4), pure io un po’ ci speravo, ma francamente non è che ci credessi un granchè.
La cosa che traspare abbastanza chiaramente da questo trailer è che Resident Evil 6 tenterà di far contenti tutti, proponendo alcune sezioni più horror e altre più action.
Se quel che ne verrà fuori sarà un titolo spettacolare e bello da giocare bè, a me andrà benissimo.
Per la storia vabbè, come dicevo prima ormai ho perso definitivamente le speranze di vedere qualcosa che abbia senso, quindi pace.
Però devo dire che la parte con Leon (che sembra Sawyer di Lost pettinato come Sanji di One Piece) mi gasa veramente tantissimo.

venerdì 27 gennaio 2012

The Elder Scrolls V: Skyrim

Vasto, abbondante, longevo, impressionante.
Questi quattro aggettivi definiscono al meglio quello che é l'ultimo episodio della serie The Elder Scrolls.
Dopo 62 ore di gioco sono finalmente giunto al termine della main quest, ma le mie avventure a Skyrim sono ben lontane dalla conclusione.
Mi mancano ancora tutte le quest relative alle gilde dei maghi e dei ladri, tutta la Confraternita Oscura, buona parte delle quest Daedriche e un sacco di missioncine secondarie che mi sono lasciato indietro. Oh, c'é pure una cittá che non ho ancora visitato, a proposito. Senza contare che il mio personaggio é al livello 35 e insomma, non puntare all'achievement del livello 50 mi pare brutto.

Da quello che ho scritto si puó facilmente dedurre che Skyrim é un'esperienza sontuosa, un giocone imponente che stordisce il giocatore mettendogli di fronte centinaia di cose da fare e da vedere.
Da vedere sí, perché buona parte della bellezza del gdr Bethesda risiede anche nel fascino dei suoi paesaggi, nelle imponenti montagne seminascoste dalle nuvole basse, nei fiumi che scorrono impetuosi a valle, nell'aurora boreale che dipenge il cielo notturno di tinte multicolori o nella spettacolaritá architettonica di cittá come Markarth.
Pur non potendo contare sull'impatto grafico di un Oblivion (che usciva a inizio generazione, quando a certe robe non eravamo ancora abituati) o su un comparto tecnico degno delle produzioni PC piú recenti e spettacolari, Skyrim fa il suo dovere, instillando costantemente nel giocatore una sensazione di genuino stupore.

Molti dei difetti del suo predecessore sono stati limati e corretti. Ora i dungeon non sono piú noiosi corridoi tutti uguali, molto spesso offrono anzi scorci in grado di rivaleggiare con quello che si vede in superficie.
Anche le quest sanno essere varie e mai banali, in ogni momento si puó incappare in qualche missione secondaria.
Anche compiere l'azione piú ordinaria del mondo, tipo leggere un libro, puó far comparire una nuova voce nel nostro diario delle quest.
E a proposito di libri: sono tantissimi e interessantissimi. Chiunque abbia passato una vita sui codex di Mass Effect e Dragon Age troverá pane per i suoi denti.
In Skyrim si può leggere di tutto: dai polverosi volumi di storia di Tamriel ai libercoli che danno consigli sulle donne da rimorchiare.

Permangono alcuni difetti storici della serie.
I bug purtroppo sono presenti, anche se per fortuna finora non ne ho trovati di così gravi da pregiudicare la godibilità del gioco.
In secondo luogo il sistema di combattimento é come sempre un po' legnoso e approssimativo.
Peró su quest'ultimo punto sento di dover fare un'osservazione, perché se é vero che il combat system non é dei piú eleganti, é anche vero che in Skyrim, paradossalmente, combattere é dannatamente divertente.
Probabile che dipenda anche dal modo in cui viene utilizzato un personaggio e dalla difficoltà a cui si gioca, ma a dirla tutta mi diverto un mondo a uccidere draghi alternando urli, arco e spadone. E utilizzo la magia quasi solo per curarmi, probabilmente se facessi un uso maggiore delle scuole di distruzione ed evocazione mi divertirei anche di piú.
Ho infatti una mezza idea di crearmi un secondo personaggio e provare ad affrontare il gioco in modo più “magico”, per vedere come cambiano le carte in tavola.

The Elder Scrolls V é insomma un gioco epico sotto tutti i punti di vista.
Il free roaming in salsa fantasy non é mai stato cosí entusiasmante e varrebbe la pena di giocare a questo titolo anche solo per perdersi nella gigantesca regione di Skyrim, facendosi avvolgere da quel bellissimo sense of wonder che sanno trasmettere solo i videogiochi migliori.
Se il titolo Bethesda fa giá impressione così com’è adesso, non oso pensare a cosa potrá essere tra qualche tempo, quando saranno usciti centinaia di mod (giá ce ne sono svariati ora) e una bella caterva di DLC.
Ecco, per quanto riguarda i DLC sono molto curioso.
Shivering Isles di Oblivion era parecchio carino e in futuro mi auguro di vedere qualcosa di altrettanto valido anche per Skyrim.
Ma per il momento meglio non pensarci, mi aspettano almeno altre 40 ore di gioco liscio!

A differenza di Oblivion, che a suo tempo giocai su 360, Skyrim me lo sono gustato su PC.
Ammetto che un po' mi disturba averlo comprato su Steam e non avere una bella versione boxata a far mostra di sé nella libreria, ma in fondo chissenefrega.
Le immagini a corredo della recensione vengono tutte dalla mia partita. Su PC c'é questa cosa bellissima di poter fare screenshot in qualunque momento, cosa che esigo sia presente di default su TUTTE le console della prossima generazione.

mercoledì 25 gennaio 2012

Ready Player One


Ready Player One non è un capolavoro assoluto.
Di fatto il libro di Ernest Cline non é esattamente scritto in maniera impeccabile, è incredibilmente derivativo e non se la gioca assolutamente con i grandi capolavori della letteratura.
Stiamo parlando di un libro scorrevolissimo, che coinvolge tantissimo, ma che nessuno si sognerebbe mai di definire "punto di riferimento per il genere sci-fi".
Ciononostante, se come il sottoscritto amate i videogiochi, avete visto un'infinità di volte film come Star Wars, Blade Runner o Ritorno al Futuro e adorate qualsiasi cosa riguardi la cultura nerd anni '80, allora ignorate quello che ho appena scritto.
Perché per voi Ready Player One é una lettura obbligata, che amerete in maniera viscerale dalla prima pagina fino all'ultima.

Ma andiamo con ordine e spieghiamo un paio di cosette.
Ready Player One si svolge nel 2044, in un futuro in cui l'umanitá sta affrontando da decenni una pesantissima crisi economica ed energetica.
Il mondo sta andando a puttane. La maggior parte della popolazione mondiale è ridotta alla fame e alla povertá, vive in fatiscenti baraccopoli e ogni giorno deve fare i conti con una vita difficile e pericolosa.
La civiltà umana si sta avviando inesorabilmente verso il tracollo.
L'unica via di fuga, in questo mondo orribile, é rappresentata da un videogioco: OASIS.
Oasis è un gioco multiplayer online in cui gran parte dell'umanitá si rifugia per "scappare" dalla dura realtà di tutti i giorni.
Chiamarlo "gioco" è estremamente riduttivo visto che, interfacciandosi ad esso tramite una sorta di casco per la realtà virtuale, lo si puó utilizzare anche per lavorare, andare a scuola e fare ogni genere di attività che ci viene in mente.
Oasis è composto da centinaia di mondi diversissimi l'uno dall'altro.
Alcuni sono a tema cyberpunk, altri a tema fantasy, altri ancora sono interamente coperti da riproduzioni di luoghi reali.
Non solo, perché su Oasis si possono trovare persino pianeti che riproducono minuziosamente mondi visti in altre opere di fantasia del passato. Chi vuole può girovagare liberamente per tutti i sistemi della galassia di Star Wars o guadagnare punti esperienza combattendo orchi nella Terra di Mezzo.
Insomma, Oasis, pur essendo a tratti inquietante, é il sogno bagnato di qualunque nerd.

Un giorno James Halliday, geniale creatore di Oasis ossessionato da videogiochi, cinema e musica anni '80, muore senza lasciare eredi.
Prima di schiattare lascia un messaggio a tutti gli utenti di Oasis in cui afferma di aver nascosto un Easter Egg all'interno del gioco. Chi troverà questo Easter Egg, risolvendo tutti gli enigmi che lui ha seminato all'interno della simulazione, erediterà tutto il suo patrimonio e il controllo stesso di Oasis.
Parte così una gigantesca caccia al tesoro in cui tutti iniziano a studiare e a setacciare gli interessi di Halliday per cercare di decifrare l'unico indizio che ha lasciato prima di morire.
Giocare a vecchi giochi o guardare film usciti negli anni '80 fino a impararli a memoria sembra l'unico modo per arrivare a mettere le mani sull'Easter Egg.
Nonostante gli sforzi dei milioni di Gunter (vale a dire gli Egg Hunter), dopo cinque anni nessuno é ancora riuscito a fare un minimo passo avanti nella ricerca dell'Easter Egg.
Proprio nel momento in cui il testamento di Halliday inizia a sembrare ormai una leggenda metropolitana, un ragazzo povero in canna di nome Wade Watts riesce a risolvere la prima parte dell'enigma e prende così il via la storia di Ready Player One.
E qui si ferma anche il mio riassuntino, visto che non voglio rovinarvi la lettura.

Ready Player One è una storia avvincente e dotata di gran ritmo, uno di quei libri che inizi e non riesci a mollare fino a quando non sei giunto alla fine.
Me lo sono divorato nel giro di due giorni, cosa abbastanza rara considerando che di solito i miei ritmi di lettura sono lunghissimi.
Come si può intuire dalla sua premessa, é un romanzo ricco di citazioni e di riferimenti alla cultura pop anni '80.
I film, le canzoni e i videogiochi citati sono innumerevoli e la cosa bella è che questo marasma di citazioni non appesantisce minimamente la lettura, che come ho detto risulta sempre acchiappante.
Ma Player One non è un romanzo videoludico a tutto tondo solo per una questione di citazionismo, lo è anche per come i videogiochi e la cultura nerd si pongono costantemente al centro della vicenda.
Spesso si ha l'impressione di leggere una sorta di Harry Potter piú adulto in cui i videogiochi e le meraviglie del mondo nerd prendono il posto della magia.
Del resto stiamo parlando di un libro in cui i personaggi salgono di livello, equipaggiano armature atomiche e spadoni elfici, mettono in ordine il loro inventario, prendono allegramente per il culo gente piú forte di loro in territori non PvP, risolvono le dispute giocando a vecchi arcade e si spostano a bordo di caccia Tie o DeLorean volanti.
È un libro in cui i videogiochi, ma anche e soprattutto i videogiocatori stessi, sono i protagonisti.

Ready Player One è un romanzetto leggero e mai troppo pesante, sebbene (neanche troppo di sfuggita) tocchi argomenti abbastanza spinosi come l'isolamento o la dipendenza da giochi di ruolo online.
Fortunatamente Ernest Cline evita buttarla sul drammone e preferisce concentrarsi sullo sviluppo serrato della vicenda invece che ammorbarci calcando eccessivamente la mano sulla condizione grottesca in cui si trova il genere umano ormai assuefatto da Oasis.
Anche perché è una cosa che leggendo il libro si riesce a percepire benissimo attraverso gli occhi del protagonista (o almeno, io l'ho percepita e non ho sentito il bisogno di ulteriori pippe mentali).
Qualcuno potrebbe dire che in questo senso il potenziale di un libro come Ready Player One è sprecato, che si poteva osare di più, ma io non la vedo così, visto che il tutto funziona e il messaggio trasmesso dal libro mi pare chiaro.
Anche la caratterizzazione dei personaggi, pur essendo semplice ed essenziale, funziona alla grande e i rapporti tra Wade e i suoi amici virtuali sono quasi sempre ben tratteggiati.
C'è persino lo spazio per una bella storia d'amore e ovviamente non manca il nemico malvagio e implacabile che deve essere fermato a tutti i costi.

Altra cosa interessante é che il romanzo di Cline riesce anche a essere collegato a doppio filo a quello che è il mondo di internet odierno. I meccanismi che regolano Oasis sono spesso simili, se non identici, a quelli di popolari mmorpg come World of Warcraft.
Non solo, perché spesso il protagonista fa utilizzo di servizi di cui anche oggi facciamo uso quotidianamente. Certo, si potrebbe obiettare che è abbastanza ridicolo pensare che nel 2045 esista ancora YouTube o che il modo di parlare della rete non sia cambiato neanche un po' in quasi mezzo secolo.
Ma la cosa passa abbastanza in secondo piano nel momento in cui si comprende che tutto ciò, oltre ad essere in parte giustificato dal background di crisi economica e culturale, è probabilmente voluto dall'autore stesso per rendere in qualche modo Oasis un luogo famigliare al lettore dei giorni nostri.
Del resto ipotizzare in che modo potrebbe evolversi internet nei prossimi 40 anni è abbastanza impossibile, per come la vedo io.
Casomai si potrebbe storcere il naso vedendo che raramente si parla di videogiochi o film che vengono dopo il 2000 e questo potrebbe sembrare già un plot hole piú evidente. Ma qui il pretesto narrativo che giustifica la cosa c'è tutto, quindi non mi sembra il caso di lamentarsi.

Concludendo, Ready Player One è una bellissima storia a sfondo videoludico che vale la pena di essere assaporata.
Magari non sarà una pietra miliare, ma per quanto mi riguarda è uno dei libri che maggiormente mi hanno gasato negli ultimi anni.
E sì, soggettivamente lo considero un piccolo capolavoro.