Quando avevo sei anni, mi capitava spesso di fare un salto
nel bar sotto casa.
Non perché a quell’età avessi già sviluppato una particolare forma di alcolismo
infantile, o perché sentissi la necessità di comprare un pacchetto di Camel.
Andavo al bar perché, nel retrobottega, c’erano due videogiochi.
Erano due cabinati enormi ed ingombranti, allineati a una parete dalla vernice
scrostata. Quello più a destra era sempre spento. Probabilmente era rotto. Non
ho mai saputo che razza di gioco fosse.
Quello a sinistra, invece, funzionava benissimo e faceva girare un titolo di
lotta chiamato Street Fighter II. A quei tempi sapevo a stento leggere e mi
riusciva difficile comprendere le scritte in lingua inglese, così lo chiamavo
semplicemente “il gioco del karate”.
La cosa divertente è che, ogni volta che scendevo al bar, a giocare con quel
videogame non c’era mai nessuno. La clientela del locale non era esattamente
appassionata di videogiochi: si trattava per lo più di pensionati intenti a
bere un bianchino alle otto del mattino, anziani annoiati che passavano la
giornate lamentandosi dei giovani che scrivevano sui muri o dei politici che
non combinavano mai un cazzo di buono.
Il proprietario però era simpatico. Era un sessantenne dalla faccia rubiconda e
con un folto cespuglio di capelli grigi in testa.
Ogni volta che entravo nel suo bar mi sorrideva e mi diceva che “il videogioco”
era già acceso. Chiaramente, quasi sempre, c’era il solito avventore che mi
fissava scuotendo la testa e commentava dicendo “Quei cosi elettronici lì ti
fanno diventare scemo”, ma io lo ignoravo e andavo al bancone a comprare una
coca. Non ero obbligato a ordinare qualcosa, ma mi sembrava da maleducati
entrare lì per giocare e basta.
Dopo aver bevuto la mia bibita correvo nel retrobottega, infilavo
le mie preziose cinquecento lire nel cabinato e mi mettevo a giocare.
Sceglievo sempre Ryu, ma io lo chiamavo “Daniel-San”, come il protagonista di
Karate Kid, il mio film preferito.
Ogni tanto prendevo il fazzoletto e pulivo lo schermo del cabinato mimando la
famosa scena del “Dai la cera, togli la cera”. Era il mio gesto portafortuna,
ma non aiutava molto, visto che il più delle volte morivo al terzo avversario.
Non ero molto bravo a giocare. Di solito premevo i tasti a casaccio e non avevo
idea di come si eseguissero le mosse segrete. Anzi, in tutta onestà non sapevo
nemmeno che si potessero fare, pensavo che fossero prerogativa dei personaggi
controllati del computer.
I miei combattimenti erano delle danze sgraziate in cui alternavo calci e pugni.
Riuscivo ad aver ragione degli avversari più lenti, ma non appena incontravo il
Guile di turno venivo crivellato da una sassaiola di Sonic Boom e Somersault
Kick, anche se all’epoca ovviamente ignoravo i nomi di quelle mosse.
Mia madre mi dava sempre un solo gettone, dunque quando compariva il game over
non potevo quasi mai continuare la partita. Dico quasi perché ogni tanto
riuscivo ad arrangiarmi con il resto della coca cola.
Le mie sessioni videoludiche erano brevi ma intense. Arrivavo al baretto,
bevevo il mio “drink”, giocavo per dieci minuti e me ne tornavo a casa più
felice e sereno di prima.
Un giorno, tuttavia, qualcosa cambiò.
Era un pomeriggio di giugno e la scuola era finita da pochi giorni.
Nel locale trovai il solito gruppetto di pensionati impegnati in una partita a
scopone scientifico. Bevevano bianchini e usavano le bestemmie come
intercalari.
Il proprietario sedeva al bancone sfogliando la gazzetta con aria annoiata,
fumando una Marlboro che gli pendeva all’angolo della bocca.
Tutto come al solito, almeno apparentemente.
Non appena il proprietario si accorse della mia presenza, infatti, sollevò lo
sguardo dal quotidiano che stava leggendo e mi disse «Oh, ciao! Vedi che oggi
il gioco è occupato!».
Per un attimo non capii, poi realizzai. Sbirciai nel retrobottega e vidi che,
accanto ai due cabinati, c’era qualcun altro.
Il barista sorrise e prese la solita coca da sotto il bancone. Sganciai la
banconota da mille lire e bevvi la lattina tutta d’un fiato, dopodiché mi
infilai di corsa nel retrobottega.
Con mia sorpresa vidi che c’era una bambina davanti al cabinato del gioco del
karate. Era di qualche anno più grande di me (più tardi appresi che aveva dieci
anni), portava una maglietta verde scolorita e aveva i capelli biondi raccolti
in una coda di cavallo.
Era talmente concentrata sulla sua partita che non si accorse della mia
presenza. Con la sua Chun-Li stava cercando di mandare KO un agguerritissimo
Blanka che, tuttavia, stava decisamente avendo la meglio. Nel giro di un
minuto, infatti, il gigante verde si chiuse a palla e si scagliò con violenza
contro la lottatrice cinese, sconfiggendola per la seconda volta di fila e
facendo comparire la scritta “Continue?”.
La bambina tirò un pugno contro il cabinato e urlò un
“CAZZO!” che mi fece rimanere di sasso.
Solo in quel momento la ragazza si voltò e vide che la stavo fissando con gli
occhi sbarrati.
Si mise a ridere. «Ah, scusa, non mi ero accorta che c’era un bambino piccolo!»
disse arrossendo un po’.
Un bambino piccolo…
«Puoi giocare tu, adesso! Se avessi avuto un altro gettone potevamo fare un
doppio!» esclamò scostandosi dallo schermo.
Senza dire una parola infilai le mie cinquecento lire nel cabinato, continuando
a fissarla. Che diavolo era un doppio, tra l’altro?
La ragazzina rimase di fianco a me, mentre compariva la schermata di selezione
del personaggio.
«Ti secca se ti guardo mentre giochi?» chiese.
Risposi che andava bene, così lei prese uno sgabello e mi si sedette accanto con
aria divertita.
Io scelsi come al solito Daniel-San e a quel punto attesi che il computer
pescasse il mio avversario.
Mi toccò Dhalsim. Pessimo, gli arti allungabili di quell’indiano anoressico mi
mettevano sempre in crisi.
«Ahaha. Sei fortunato!» commentò la ragazza. «Dhalsim è debolissimo!»
Evitai di risponderle e mi concentrai sulla partita.
Il combattimento cominciò. Saltai verso il mio avversario e quello intercettò
il mio attacco con un calcio (ovviamente allungabile) che mi fece volare via.
Tentai in tutti i modi di avvicinarmi, ma il bastardo mi teneva a distanza con
i suoi pugni, che mi colpivano anche se mi trovavo dall’altra parte dello
schermo. Digrignai i denti per la rabbia e riuscii a mandare a segno un paio di
colpi, ma Dhalsim parò il terzo attacco e mi mandò a terra con uno Yoga Flame.
Primo round perso.
La ragazza mi fissò perplessa e io la guardai di rimando.
«Che cosa c’è?» le chiesi innervosito.
«C’è che stai sbagliando tutto. Devi colpirlo da lontano.»
Non capii. Come facevo a colpirlo da lontano? Daniel-San mica ce le aveva le
braccia che si allungavano.
Ricominciai a giocare.
Il secondo round non andò troppo diversamente dal primo.
Quando la mia barra di energia si trovava più o meno a metà, la ragazza perse
la pazienza, mi tirò una spallata e si mise ai comandi.
«CHE COSA FAI? STO GIOCANDO IO!» urlai scandalizzato.
«Ti faccio la bolla!» disse lei. «Così lo batti e vai avanti.»
Io non capivo. La bolla? La bolla potevano farla solo i nemici! O almeno era
ciò che credevo.
Tornai a guardare lo schermo e vidi il mio Daniel-San muoversi con un’agilità
che, quando ero io a manovrarlo, non possedeva.
Si avvicinò a Dhalsim con rapidità e gli sferrò un calcio volante in faccia,
dopodiché arretrò, raccolse le mani, le scagliò in avanti e fece scaturire da
esse una specie di bolla fiammeggiante blu che centrò in pieno l’indiano,
togliendogli una quantità impressionante di energia.
Spalancai la bocca.
Fissai la ragazza, che stava giocando con una maestria che non avevo mai visto
prima.
«COME HAI FATTO?» domandai sconvolto.
«A fare cosa?» chiese mentre continuava a riempire Dhalsim di mazzate,
mandandolo infine KO.
«Quella cosa blu! La mossa speciale! Io non pensavo che si potesse fare!»
«Ma… Ma certo che si può fare. Pensavi che la bolla potessero spararla solo i
nemici? Basta sapere la combinazione di pulsanti giusta. Se vuoi ti insegno.»
Ripresi i comandi del gioco, mentre la ragazza si apprestava a darmi
istruzioni.
«È semplice.» spiegò. «Devi muovere dal basso in avanti la levetta con cui
controlli il personaggio, eseguendo una specie di mezza luna. Così, vedi? Poi
devi premere il tasto del pugno. Chiaramente devi farlo velocemente. Provaci.»
Ok, avevo capito. Incredibile, non avrei mai pensato che una femmina potesse
diventare il mio “maestro Miyagi” personale.
Iniziò il terzo round. Tentai di eseguire la combinazione della bolla tenendomi
a distanza dal mio avversario. I primi tentativi andarono a vuoto e mi ritrovai
a tirare pugni all’aria. Quando iniziai a pensare che la bambina mi stesse
prendendo in giro, finalmente sentii Daniel-San esclamare una frase strana in
giapponese e, dalle sue mani, vidi uscire una bolla azzurra che colpì Dhalsim.
Urlai di gioia e la ragazza mi diede una pacca sulle spalle.
Grazie a quella mossa riuscii a sconfiggere il mio avversario con estrema facilità:
innanzitutto la utilizzavo per stordirlo, tenendomi a distanza di sicurezza, poi
gli andavo addosso, colpendolo prima con un calcio alto e poi con un calcio
basso. Il colpo finale fu un pugno potentissimo. Dhalsim urlò di dolore con la
sua voce digitalizzata e cadde rovinosamente al suolo al rallentatore.
Sullo schermo comparve la scritta “YOU WIN” e Daniel-San alzò il pugno verso il
cielo in segno di esultanza, mentre gli elefanti barrivano sullo sfondo.
Avevo vinto!
Guardai la ragazza estasiato e lei mi sorrise, compiaciuta dei miei progressi.
«Mi chiamo Giulia!» disse con aria sbarazzina.
Quell’estate incontrai Giulia al bar quasi tutti i giorni. Solitamente ci
davamo appuntamento nel primo pomeriggio e rimanevamo a giocare per almeno
mezz’ora prima di andare a fare un giro al parco o a mangiarci un gelato in
riva al lago.
Giocavamo spesso l’uno contro l’altra (ecco cos’era il misterioso “doppio”) e
ben presto i gettoni non furono più un problema, almeno quando ci cimentavamo
contro il computer, che ormai stava diventando un avversario troppo
prevedibile.
I doppi ci servivano da allenamento: giocare contro persone reali era molto più
difficile e impegnativo e, scontro dopo scontro, si diventava sempre più forti.
In breve tempo, andando a tentativi, imparai anche le altre mosse di
Daniel-San: Giulia mi spiegò che il “pugno con salto” si chiamava Shoryuken,
mentre il calcio rotante aveva un nome impronunciabile (Tatsumakisenpukyaku,
ancora oggi non sono sicuro di scriverlo bene).
Dopo un mese di partite giornaliere eravamo diventati entrambi talmente bravi
da riuscire ad arrivare fino a Vega, il secondo boss, utilizzando un solo
gettone.
La prima volta che finii Street Fighter II (da quando c’era Giulia avevo smesso
di chiamarlo “il gioco del karate”) era una piovosa mattina di fine luglio.
Quando Bison venne colpito sul mento dal mio Shoryuken urlai di gioia e Giulia
mi abbracciò strillando, sollevandomi da terra in preda all’euforia.
«CE L’HAI FATTA, CE L’HAI FATTA!»
Uno dei pensionati al bar, sentendoci fare tutto quel baccano, si voltò verso di
noi fissandoci con aria severa, farfugliando incomprensibili parole in
dialetto.
Lo ignorammo e ci gustammo il finale del gioco, una breve sequenza in cui Daniel-San
si incamminava verso il tramonto, alla ricerca di nuovi avversari e nuove
battaglie
I primi giorni di agosto io e Giulia ci salutammo ed andammo
entrambi in villeggiatura con i nostri rispettivi genitori. Lei andò in
montagna dai suoi nonni, io al mare.
Rimanemmo d’accordo che ci saremmo incontrati al bar il primo lunedì del mese
di settembre. Volevamo provare a finire Street Fighter II con un personaggio
diverso da Daniel-San.
Fu così che, quel giorno di fine estate, ci ritrovammo davanti al locale ed
entrammo impazienti.
Notammo però che c’era qualcosa di strano. Il proprietario non era più lo
stesso. Al posto del simpatico signore sempre intento a leggere la gazzetta c’era
ora un giovanotto allampanato, con i capelli biondi tagliati a spazzola e una
camicia elegante.
«Buongiorno, ragazzi!» disse il nuovo barista. «Posso esservi utile?»
Giulia lo fissò confusa. «Dov’è il vecchio proprietario?» chiese.
Il giovanotto sorrise e spiegò che il suo predecessore era andato in pensione e
ora la gestione del bar era passata a lui.
Senza badarci troppo ordinammo la solita coca cola e, dopo averla bevuta, ci
dirigemmo di corsa sul retro.
Ci bloccammo entrambi di colpo quando, con orrore, scoprimmo che i due cabinati
erano scomparsi!
Al posto di Street Fighter II e del coin-op rotto vi erano ora due orrendi
videopoker. Attorno a quelle macchinette c’era un capannello di pensionati
intenti a dilapidare i propri risparmi. Uno di loro era lo stesso che, poche
settimane prima, ci aveva rimproverati per il baccano che stavamo facendo.
Mi voltai verso Giulia e per un attimo mi spaventai vedendo la sua faccia. Era
infuriata.
Si voltò di scatto e corse al bancone, dal nuovo proprietario.
«Dove sono i giochi?!» chiese.
Il giovane la guardò senza capire, poi si rese conto di cosa intendesse e
rispose. «Ah, eravate qui per quelli? Mi dispiace, ma li ho dovuti togliere.
Uno era rotto e sull’altro non ci giocava mai nessuno. Inoltre molti dei
clienti si lamentavano, li trovavano fastidiosi.»
«Fastidiosi?!» sbottò incredula.
Io rimasi zitto, senza commentare. Vidi che uno degli anziani al videopoker si
voltò verso di noi.
«Quei ragazzini…» lo sentii berciare rivolgendosi a un altro pensionato. «Sono
talmente presi da quei giochi elettronici da sembrare dei drogati. Che mondo!»
disse prima di tornare a smanettare con il suo gioco d’azzardo.
Il proprietario intanto continuava a fissare Giulia, senza sapere come
comportarsi. «Mi dispiace, siete minorenni. Non potete giocare ai videopoker.»
Giulia, stizzita, pestò il piede destro per terra ed esclamò: «Non vogliamo
giocare a quella MERDA!».
Il barista sbiancò, rimanendo senza parole, e Giulia mi afferrò per il braccio
trascinandomi fuori dal bar. Ormai non avevamo più motivo per restare in quel
posto.
Andammo al parco e ci sedemmo su una panchina. Non avremmo
più giocato a Street Fighter II.
Nel nostro quartiere non c’erano sale giochi e né io né lei potevamo
permetterci di comprare una console.
In un certo senso sapevamo entrambi che sarebbe finita così.
Prima o poi anche il vecchio proprietario, se fosse rimasto, avrebbe deciso di
liberarsi di quei vecchi cabinati per installare i più remunerativi videopoker.
Ripensai alle parole pronunciate dal pensionato: “Quei ragazzini… Sono talmente
presi da quei giochi elettronici da sembrare dei drogati. Che mondo!”.
All’epoca ero troppo piccolo per capire la reale idiozia di quella frase, ma
sapevo già che quella considerazione era totalmente sbagliata, frutto di
stupidi luoghi comuni e di ignoranza. Io e Giulia non eravamo dei drogati.
Anzi, senza Street Fighter II non saremmo mai diventati amici, del resto per quale
motivo una bambina di dieci anni avrebbe dovuto socializzare con un bambino di
sei? Quel gioco invece ci aveva avvicinati, ci aveva fatto scoprire che avevamo
cose in comune e ci aveva messo di fronte a delle sfide che avevamo superato
aiutandoci e spronandoci a vicenda.
Di sicuro non ci aveva rincoglioniti.
Quando il pomeriggio volgeva ormai verso sera, ci incamminammo verso casa.
Passammo nuovamente davanti al bar.
Proprio mentre stavamo per lasciarcelo alle spalle, vedemmo che la porta
d’ingresso si stava aprendo.
Con nostro immenso stupore, il vecchio proprietario uscì dal locale.
«Ehy, bambini!» esclamò vedendoci. «Che caso, ero giusto venuto a cercare voi!»
Aveva la solita faccia grassa e arrossata dal caldo, così come l’immancabile
Marlboro all’angolo della bocca, ma quel giorno, al posto della gazzetta,
teneva tra le mani quello che sembrava essere un grosso pacco regalo.
«Me ne sono andato senza dirvi niente e mi dispiace. Voi magari non sarete tra
i miei clienti migliori, è vero, ma di sicuro siete i più simpatici. Ogni
giorno portavate un po’ di allegria in questo covo di vecchiacci burberi.
Quindi, insomma, visto che non ci vedremo più ho pensato di farvi un presente.»
Appoggiò il pacco per terra e si mise a braccia conserte con aria soddisfatta.
«Apritelo!» disse.
Io e Giulia ci avventammo sul regalo, strappando in fretta e furia la carta colorata che lo avvolgeva. Quando ci rendemmo conto di quel che conteneva la scatola rimanemmo
entrambi scioccati per la felicità.
«Vi piace? Il gioco è quello, no?» domandò l’ex proprietario
del bar.
Giulia alzò gli occhi lucidi verso di lui e lo abbracciò ringraziandolo,
scoppiando a piangere dalla gioia.
Io fissai il regalo e balbettai «È… è un Super Nintendo!
Con Street Fighter II!»
Proprio così.
Il vecchio proprietario si era affezionato a noi a tal punto da regalarci il
gioco che, ogni giorno di quella calda estate, ci aveva condotti nel suo bar.
Non poteva permettersi due console, ma una sì. E sapeva che io e Giulia non
avremmo mai litigato fra di noi per giocarci.
Lo ringraziammo commossi e corremmo a casa mia per collegare il regalo al
televisore e giocare a Street Fighter fino alla mattina successiva, senza paura
di spendere gettoni e senza quegli odiosi vecchi che dicevano stupidaggini.
Nei giorni seguenti finimmo il gioco con tutti i personaggi, imparammo tutte le
mosse e poi io e Giulia iniziammo a mettere da parte i soldi per comprare altri
titoli. Continuammo così per anni, fino a quando non passammo prima alla
PlayStation e poi alla PlayStation 2.
Oggi io e Giulia siamo sposati.
Collegato al nostro televisore, in ogni caso, c’è sempre quel vecchio Super
Nintendo che non abbiamo mai avuto il coraggio di vendere. Con una cartuccia di
Street Fighter II inserita, ovvio.
Abbiamo anche una bambina di pochi mesi.
Credo che un giorno le insegneremo a fare la bolla!