lunedì 27 maggio 2013

Ti faccio la bolla!

Quando avevo sei anni, mi capitava spesso di fare un salto nel bar sotto casa.
Non perché a quell’età avessi già sviluppato una particolare forma di alcolismo infantile, o perché sentissi la necessità di comprare un pacchetto di Camel. Andavo al bar perché, nel retrobottega, c’erano due videogiochi.
Erano due cabinati enormi ed ingombranti, allineati a una parete dalla vernice scrostata. Quello più a destra era sempre spento. Probabilmente era rotto. Non ho mai saputo che razza di gioco fosse.
Quello a sinistra, invece, funzionava benissimo e faceva girare un titolo di lotta chiamato Street Fighter II. A quei tempi sapevo a stento leggere e mi riusciva difficile comprendere le scritte in lingua inglese, così lo chiamavo semplicemente “il gioco del karate”.
La cosa divertente è che, ogni volta che scendevo al bar, a giocare con quel videogame non c’era mai nessuno. La clientela del locale non era esattamente appassionata di videogiochi: si trattava per lo più di pensionati intenti a bere un bianchino alle otto del mattino, anziani annoiati che passavano la giornate lamentandosi dei giovani che scrivevano sui muri o dei politici che non combinavano mai un cazzo di buono.
Il proprietario però era simpatico. Era un sessantenne dalla faccia rubiconda e con un folto cespuglio di capelli grigi in testa.
Ogni volta che entravo nel suo bar mi sorrideva e mi diceva che “il videogioco” era già acceso. Chiaramente, quasi sempre, c’era il solito avventore che mi fissava scuotendo la testa e commentava dicendo “Quei cosi elettronici lì ti fanno diventare scemo”, ma io lo ignoravo e andavo al bancone a comprare una coca. Non ero obbligato a ordinare qualcosa, ma mi sembrava da maleducati entrare lì per giocare e basta.
Dopo aver bevuto la mia bibita correvo nel retrobottega, infilavo le mie preziose cinquecento lire nel cabinato e mi mettevo a giocare.
Sceglievo sempre Ryu, ma io lo chiamavo “Daniel-San”, come il protagonista di Karate Kid, il mio film preferito.
Ogni tanto prendevo il fazzoletto e pulivo lo schermo del cabinato mimando la famosa scena del “Dai la cera, togli la cera”. Era il mio gesto portafortuna, ma non aiutava molto, visto che il più delle volte morivo al terzo avversario.
Non ero molto bravo a giocare. Di solito premevo i tasti a casaccio e non avevo idea di come si eseguissero le mosse segrete. Anzi, in tutta onestà non sapevo nemmeno che si potessero fare, pensavo che fossero prerogativa dei personaggi controllati del computer.
I miei combattimenti erano delle danze sgraziate in cui alternavo calci e pugni. Riuscivo ad aver ragione degli avversari più lenti, ma non appena incontravo il Guile di turno venivo crivellato da una sassaiola di Sonic Boom e Somersault Kick, anche se all’epoca ovviamente ignoravo i nomi di quelle mosse.
Mia madre mi dava sempre un solo gettone, dunque quando compariva il game over non potevo quasi mai continuare la partita. Dico quasi perché ogni tanto riuscivo ad arrangiarmi con il resto della coca cola.
Le mie sessioni videoludiche erano brevi ma intense. Arrivavo al baretto, bevevo il mio “drink”, giocavo per dieci minuti e me ne tornavo a casa più felice e sereno di prima.
Un giorno, tuttavia, qualcosa cambiò.

Era un pomeriggio di giugno e la scuola era finita da pochi giorni.
Nel locale trovai il solito gruppetto di pensionati impegnati in una partita a scopone scientifico. Bevevano bianchini e usavano le bestemmie come intercalari.
Il proprietario sedeva al bancone sfogliando la gazzetta con aria annoiata, fumando una Marlboro che gli pendeva all’angolo della bocca.
Tutto come al solito, almeno apparentemente.
Non appena il proprietario si accorse della mia presenza, infatti, sollevò lo sguardo dal quotidiano che stava leggendo e mi disse «Oh, ciao! Vedi che oggi il gioco è occupato!».
Per un attimo non capii, poi realizzai. Sbirciai nel retrobottega e vidi che, accanto ai due cabinati, c’era qualcun altro.
Il barista sorrise e prese la solita coca da sotto il bancone. Sganciai la banconota da mille lire e bevvi la lattina tutta d’un fiato, dopodiché mi infilai di corsa nel retrobottega.
Con mia sorpresa vidi che c’era una bambina davanti al cabinato del gioco del karate. Era di qualche anno più grande di me (più tardi appresi che aveva dieci anni), portava una maglietta verde scolorita e aveva i capelli biondi raccolti in una coda di cavallo.
Era talmente concentrata sulla sua partita che non si accorse della mia presenza. Con la sua Chun-Li stava cercando di mandare KO un agguerritissimo Blanka che, tuttavia, stava decisamente avendo la meglio. Nel giro di un minuto, infatti, il gigante verde si chiuse a palla e si scagliò con violenza contro la lottatrice cinese, sconfiggendola per la seconda volta di fila e facendo comparire la scritta “Continue?”.
La bambina tirò un pugno contro il cabinato e urlò un “CAZZO!” che mi fece rimanere di sasso.
Solo in quel momento la ragazza si voltò e vide che la stavo fissando con gli occhi sbarrati.
Si mise a ridere. «Ah, scusa, non mi ero accorta che c’era un bambino piccolo!» disse arrossendo un po’.
Un bambino piccolo…
«Puoi giocare tu, adesso! Se avessi avuto un altro gettone potevamo fare un doppio!» esclamò scostandosi dallo schermo.
Senza dire una parola infilai le mie cinquecento lire nel cabinato, continuando a fissarla. Che diavolo era un doppio, tra l’altro?
La ragazzina rimase di fianco a me, mentre compariva la schermata di selezione del personaggio.
«Ti secca se ti guardo mentre giochi?» chiese.
Risposi che andava bene, così lei prese uno sgabello e mi si sedette accanto con aria divertita.
Io scelsi come al solito Daniel-San e a quel punto attesi che il computer pescasse il mio avversario.
Mi toccò Dhalsim. Pessimo, gli arti allungabili di quell’indiano anoressico mi mettevano sempre in crisi.
«Ahaha. Sei fortunato!» commentò la ragazza. «Dhalsim è debolissimo!»
Evitai di risponderle e mi concentrai sulla partita.
Il combattimento cominciò. Saltai verso il mio avversario e quello intercettò il mio attacco con un calcio (ovviamente allungabile) che mi fece volare via. Tentai in tutti i modi di avvicinarmi, ma il bastardo mi teneva a distanza con i suoi pugni, che mi colpivano anche se mi trovavo dall’altra parte dello schermo. Digrignai i denti per la rabbia e riuscii a mandare a segno un paio di colpi, ma Dhalsim parò il terzo attacco e mi mandò a terra con uno Yoga Flame.
Primo round perso.
La ragazza mi fissò perplessa e io la guardai di rimando.
«Che cosa c’è?» le chiesi innervosito.
«C’è che stai sbagliando tutto. Devi colpirlo da lontano.»
Non capii. Come facevo a colpirlo da lontano? Daniel-San mica ce le aveva le braccia che si allungavano.
Ricominciai a giocare.
Il secondo round non andò troppo diversamente dal primo.
Quando la mia barra di energia si trovava più o meno a metà, la ragazza perse la pazienza, mi tirò una spallata e si mise ai comandi.
«CHE COSA FAI? STO GIOCANDO IO!» urlai scandalizzato.
«Ti faccio la bolla!» disse lei. «Così lo batti e vai avanti.»
Io non capivo. La bolla? La bolla potevano farla solo i nemici! O almeno era ciò che credevo.
Tornai a guardare lo schermo e vidi il mio Daniel-San muoversi con un’agilità che, quando ero io a manovrarlo, non possedeva.
Si avvicinò a Dhalsim con rapidità e gli sferrò un calcio volante in faccia, dopodiché arretrò, raccolse le mani, le scagliò in avanti e fece scaturire da esse una specie di bolla fiammeggiante blu che centrò in pieno l’indiano, togliendogli una quantità impressionante di energia.
Spalancai la bocca.
Fissai la ragazza, che stava giocando con una maestria che non avevo mai visto prima.
«COME HAI FATTO?» domandai sconvolto.
«A fare cosa?» chiese mentre continuava a riempire Dhalsim di mazzate, mandandolo infine KO.
«Quella cosa blu! La mossa speciale! Io non pensavo che si potesse fare!»
«Ma… Ma certo che si può fare. Pensavi che la bolla potessero spararla solo i nemici? Basta sapere la combinazione di pulsanti giusta. Se vuoi ti insegno.»
Ripresi i comandi del gioco, mentre la ragazza si apprestava a darmi istruzioni.
«È semplice.» spiegò. «Devi muovere dal basso in avanti la levetta con cui controlli il personaggio, eseguendo una specie di mezza luna. Così, vedi? Poi devi premere il tasto del pugno. Chiaramente devi farlo velocemente. Provaci.»
Ok, avevo capito. Incredibile, non avrei mai pensato che una femmina potesse diventare il mio “maestro Miyagi” personale.
Iniziò il terzo round. Tentai di eseguire la combinazione della bolla tenendomi a distanza dal mio avversario. I primi tentativi andarono a vuoto e mi ritrovai a tirare pugni all’aria. Quando iniziai a pensare che la bambina mi stesse prendendo in giro, finalmente sentii Daniel-San esclamare una frase strana in giapponese e, dalle sue mani, vidi uscire una bolla azzurra che colpì Dhalsim.
Urlai di gioia e la ragazza mi diede una pacca sulle spalle.
Grazie a quella mossa riuscii a sconfiggere il mio avversario con estrema facilità: innanzitutto la utilizzavo per stordirlo, tenendomi a distanza di sicurezza, poi gli andavo addosso, colpendolo prima con un calcio alto e poi con un calcio basso. Il colpo finale fu un pugno potentissimo. Dhalsim urlò di dolore con la sua voce digitalizzata e cadde rovinosamente al suolo al rallentatore.
Sullo schermo comparve la scritta “YOU WIN” e Daniel-San alzò il pugno verso il cielo in segno di esultanza, mentre gli elefanti barrivano sullo sfondo.
Avevo vinto!
Guardai la ragazza estasiato e lei mi sorrise, compiaciuta dei miei progressi.
«Mi chiamo Giulia!» disse con aria sbarazzina.

Quell’estate incontrai Giulia al bar quasi tutti i giorni. Solitamente ci davamo appuntamento nel primo pomeriggio e rimanevamo a giocare per almeno mezz’ora prima di andare a fare un giro al parco o a mangiarci un gelato in riva al lago.
Giocavamo spesso l’uno contro l’altra (ecco cos’era il misterioso “doppio”) e ben presto i gettoni non furono più un problema, almeno quando ci cimentavamo contro il computer, che ormai stava diventando un avversario troppo prevedibile.
I doppi ci servivano da allenamento: giocare contro persone reali era molto più difficile e impegnativo e, scontro dopo scontro, si diventava sempre più forti.
In breve tempo, andando a tentativi, imparai anche le altre mosse di Daniel-San: Giulia mi spiegò che il “pugno con salto” si chiamava Shoryuken, mentre il calcio rotante aveva un nome impronunciabile (Tatsumakisenpukyaku, ancora oggi non sono sicuro di scriverlo bene).
Dopo un mese di partite giornaliere eravamo diventati entrambi talmente bravi da riuscire ad arrivare fino a Vega, il secondo boss, utilizzando un solo gettone.
La prima volta che finii Street Fighter II (da quando c’era Giulia avevo smesso di chiamarlo “il gioco del karate”) era una piovosa mattina di fine luglio. Quando Bison venne colpito sul mento dal mio Shoryuken urlai di gioia e Giulia mi abbracciò strillando, sollevandomi da terra in preda all’euforia.
«CE L’HAI FATTA, CE L’HAI FATTA!»
Uno dei pensionati al bar, sentendoci fare tutto quel baccano, si voltò verso di noi fissandoci con aria severa, farfugliando incomprensibili parole in dialetto.
Lo ignorammo e ci gustammo il finale del gioco, una breve sequenza in cui Daniel-San si incamminava verso il tramonto, alla ricerca di nuovi avversari e nuove battaglie

I primi giorni di agosto io e Giulia ci salutammo ed andammo entrambi in villeggiatura con i nostri rispettivi genitori. Lei andò in montagna dai suoi nonni, io al mare.
Rimanemmo d’accordo che ci saremmo incontrati al bar il primo lunedì del mese di settembre. Volevamo provare a finire Street Fighter II con un personaggio diverso da Daniel-San.
Fu così che, quel giorno di fine estate, ci ritrovammo davanti al locale ed entrammo impazienti.
Notammo però che c’era qualcosa di strano. Il proprietario non era più lo stesso. Al posto del simpatico signore sempre intento a leggere la gazzetta c’era ora un giovanotto allampanato, con i capelli biondi tagliati a spazzola e una camicia elegante.
«Buongiorno, ragazzi!» disse il nuovo barista. «Posso esservi utile?»
Giulia lo fissò confusa. «Dov’è il vecchio proprietario?» chiese.
Il giovanotto sorrise e spiegò che il suo predecessore era andato in pensione e ora la gestione del bar era passata a lui.
Senza badarci troppo ordinammo la solita coca cola e, dopo averla bevuta, ci dirigemmo di corsa sul retro.
Ci bloccammo entrambi di colpo quando, con orrore, scoprimmo che i due cabinati erano scomparsi!

Al posto di Street Fighter II e del coin-op rotto vi erano ora due orrendi videopoker. Attorno a quelle macchinette c’era un capannello di pensionati intenti a dilapidare i propri risparmi. Uno di loro era lo stesso che, poche settimane prima, ci aveva rimproverati per il baccano che stavamo facendo.
Mi voltai verso Giulia e per un attimo mi spaventai vedendo la sua faccia. Era infuriata.
Si voltò di scatto e corse al bancone, dal nuovo proprietario.
«Dove sono i giochi?!» chiese.
Il giovane la guardò senza capire, poi si rese conto di cosa intendesse e rispose. «Ah, eravate qui per quelli? Mi dispiace, ma li ho dovuti togliere. Uno era rotto e sull’altro non ci giocava mai nessuno. Inoltre molti dei clienti si lamentavano, li trovavano fastidiosi.»
«Fastidiosi?!» sbottò incredula.
Io rimasi zitto, senza commentare. Vidi che uno degli anziani al videopoker si voltò verso di noi.
«Quei ragazzini…» lo sentii berciare rivolgendosi a un altro pensionato. «Sono talmente presi da quei giochi elettronici da sembrare dei drogati. Che mondo!» disse prima di tornare a smanettare con il suo gioco d’azzardo.
Il proprietario intanto continuava a fissare Giulia, senza sapere come comportarsi. «Mi dispiace, siete minorenni. Non potete giocare ai videopoker.»
Giulia, stizzita, pestò il piede destro per terra ed esclamò: «Non vogliamo giocare a quella MERDA!».
Il barista sbiancò, rimanendo senza parole, e Giulia mi afferrò per il braccio trascinandomi fuori dal bar. Ormai non avevamo più motivo per restare in quel posto.
Andammo al parco e ci sedemmo su una panchina. Non avremmo più giocato a Street Fighter II.
Nel nostro quartiere non c’erano sale giochi e né io né lei potevamo permetterci di comprare una console.
In un certo senso sapevamo entrambi che sarebbe finita così. Prima o poi anche il vecchio proprietario, se fosse rimasto, avrebbe deciso di liberarsi di quei vecchi cabinati per installare i più remunerativi videopoker.
Ripensai alle parole pronunciate dal pensionato: “Quei ragazzini… Sono talmente presi da quei giochi elettronici da sembrare dei drogati. Che mondo!”.
All’epoca ero troppo piccolo per capire la reale idiozia di quella frase, ma sapevo già che quella considerazione era totalmente sbagliata, frutto di stupidi luoghi comuni e di ignoranza. Io e Giulia non eravamo dei drogati.
Anzi, senza Street Fighter II non saremmo mai diventati amici, del resto per quale motivo una bambina di dieci anni avrebbe dovuto socializzare con un bambino di sei? Quel gioco invece ci aveva avvicinati, ci aveva fatto scoprire che avevamo cose in comune e ci aveva messo di fronte a delle sfide che avevamo superato aiutandoci e spronandoci a vicenda.
Di sicuro non ci aveva rincoglioniti.

Quando il pomeriggio volgeva ormai verso sera, ci incamminammo verso casa.
Passammo nuovamente davanti al bar.
Proprio mentre stavamo per lasciarcelo alle spalle, vedemmo che la porta d’ingresso si stava aprendo.
Con nostro immenso stupore, il vecchio proprietario uscì dal locale.
«Ehy, bambini!» esclamò vedendoci. «Che caso, ero giusto venuto a cercare voi!»
Aveva la solita faccia grassa e arrossata dal caldo, così come l’immancabile Marlboro all’angolo della bocca, ma quel giorno, al posto della gazzetta, teneva tra le mani quello che sembrava essere un grosso pacco regalo.
«Me ne sono andato senza dirvi niente e mi dispiace. Voi magari non sarete tra i miei clienti migliori, è vero, ma di sicuro siete i più simpatici. Ogni giorno portavate un po’ di allegria in questo covo di vecchiacci burberi. Quindi, insomma, visto che non ci vedremo più ho pensato di farvi un presente.»
Appoggiò il pacco per terra e si mise a braccia conserte con aria soddisfatta. «Apritelo!» disse.
Io e Giulia ci avventammo sul regalo, strappando in fretta e furia la carta colorata che lo avvolgeva. Quando ci rendemmo conto di quel che conteneva la scatola rimanemmo entrambi scioccati per la felicità.
«Vi piace? Il gioco è quello, no?» domandò l’ex proprietario del bar.
Giulia alzò gli occhi lucidi verso di lui e lo abbracciò ringraziandolo, scoppiando a piangere dalla gioia.
Io fissai il regalo e balbettai «È… è un Super Nintendo! Con Street Fighter II!»
Proprio così.
Il vecchio proprietario si era affezionato a noi a tal punto da regalarci il gioco che, ogni giorno di quella calda estate, ci aveva condotti nel suo bar. Non poteva permettersi due console, ma una sì. E sapeva che io e Giulia non avremmo mai litigato fra di noi per giocarci.
Lo ringraziammo commossi e corremmo a casa mia per collegare il regalo al televisore e giocare a Street Fighter fino alla mattina successiva, senza paura di spendere gettoni e senza quegli odiosi vecchi che dicevano stupidaggini.
Nei giorni seguenti finimmo il gioco con tutti i personaggi, imparammo tutte le mosse e poi io e Giulia iniziammo a mettere da parte i soldi per comprare altri titoli. Continuammo così per anni, fino a quando non passammo prima alla PlayStation e poi alla PlayStation 2.

Oggi io e Giulia siamo sposati.
Collegato al nostro televisore, in ogni caso, c’è sempre quel vecchio Super Nintendo che non abbiamo mai avuto il coraggio di vendere. Con una cartuccia di Street Fighter II inserita, ovvio.
Abbiamo anche una bambina di pochi mesi.
Credo che un giorno le insegneremo a fare la bolla!

venerdì 14 dicembre 2012

Tiriamo le somme

L'anno sta per volgere al termine ed è giunto il momento di fare un bilancio di questo 2012 videoludico.
È stata un'annata interessante, se non altro perché, a mio avviso, siamo entrati ufficialmente nella fase finale di questa generazione di console.
Il Wii U è una realtà (arriverà sotto il mio televisore tra qualche giorno) e in giro si fa un gran vociare di 720/PS4.
Mai vendere la pelle dell'orso prima di averlo ucciso, ma forse ci siamo: la next-gen è ormai alle porte.

La storia ci insegna che solitamente è proprio alla fine del loro ciclo vitale che le console sparano le cartucce più interessanti.
Visto che ormai tutta la potenza delle macchine da gioco è stata sfruttata, i vari titoli tornano a stupire più per le loro qualità artistiche e ludiche che per il mero impatto tecnico.
Questa generazione non è stata diversa dalle altre in tal senso.
Halo 4, per fare un esempio, non è di sicuro il titolo tecnicamente più impressionante che ci sia in giro, eppure è visivamente bellissimo proprio in virtù di determinate scelte stilistiche che esaltano la sua grafica.
Ma in questa generazione c'è stata anche una bella novità: buona parte delle perle uscite negli ultimi tempi arrivano dal mondo indie o fanno parte di quella schiera di titoli scaricabili relativamente piccoli e di nicchia.
Game of the Year!
Questa tendenza è risultata palese ai VGA, dove, tra le altre cose, è stato premiato come gioco dell'anno proprio The Walking Dead di Telltale (di cui ho parlato qui).
Un titolo che ha sì una licenza altisonante e famosa, ma che comunque resta un videogioco a episodi piuttosto modesto rispetto alle grandi produzioni tripla A che affollano gli scaffali dei negozi.
Il fatto che un premio così importante sia andato a un gioco simile è abbastanza indicativo di quale sia la situazione del mercato attuale.

Non è un caso se gli altri miei personalissimi "GOTY" sono due titoli scaricabili, uno esclusiva PS3, l'altro XBOX 360.
Il primo è Journey: videogioco strano, poetico, forse poco "videogioco", ma comunque assolutamente imperdibile.
Il secondo è Fez, platform/puzzle game cervellotico e geniale di cui ho già parlato in questa sede.
Sono entrambi produzioni atipiche e probabilmente non comprensibili da chiunque, in ogni caso si tratta di due idee nuove, fresche e originali, contraddistinte tra l'altro da uno stile grafico favoloso.
Journey ipnotizza con i suoi colori e i suoi paesaggi, Fez ti spiazza con una pixel-art che non è mai stata così bella.
Sono due titoli agli antipodi in quanto a meccaniche ludiche e in un certo senso risultano ideali per comprendere la doppia anima dei videogiochi.
Da una parte abbiamo un titolo che scivola via sulla nostra pelle esattamente come il suo protagonista scivola sulla sabbia del deserto. Journey ci immerge per poche ore in un vortice di emozioni e di sensazioni che in altri media sono difficilmente replicabili.
Dall'altra parte abbiamo invece un gioco difficile e complesso come Fez, un titolo assai poco accessibile se non siamo avvezzi a mettere sotto torchio la nostra materia grigia e ad utilizzare una buona dose di pensiero laterale. Il capolavoro di Phil Fish è estremamente esigente nei confronti del giocatore e richiede inventiva e dedizione per essere completato.
Insomma, Journey rappresenta i videogiochi declinati come "esperienza audiovisiva" in cui perdersi, mentre Fez incarna i videogiochi intesi come una sfida criptica e aliena.
Affascinante.
Eh?
Al di là di Journey e Fez, comunque sia, quest'anno c'è stato un gran fiorire di produzioni indie dannatamente interessanti.
Un sacco di roba non ho avuto ancora tempo di giocarla, ma penso a cose come Botanicula, Gateways, Lone Survivor o al bellissimo Super Hexagon di Terry Cavanagh.
E citiamo anche I am Alive, che probabilmente non avremmo mai visto se Ubisoft non si fosse decisa a buttarlo fuori sotto forma di gioco scaricabile a prezzo ridotto.

Intendiamoci, non è che il mercato mainstream non abbia offerto buoni giochi, tutt'altro.
Però non so, forse sono io che mi sto rincoglionendo, ma molte delle grosse produzioni uscite nel 2012 mi hanno lasciato l'amaro in bocca per qualche motivo. Che attenzione, non vuol dire che mi abbiano fatto cagare in toto, tutt'altro. Semplicemente in molti giochi ho trovato qualcosa che non andava, qualche difettuccio che mi ha dato fastidio.
Il caso emblematico è forse Dishonored che, diciamolo subito, rimane comunque uno dei migliori giochi dell'anno.
È una nuova ip, quindi già per questo mi è stato simpatico sin da subito, inoltre è un titolo dotato di un gameplay eccelso, di un'atmosfera unica e di un comparto artistico di spessore (dietro all'architettura di Dunwall c'è la mano di Viktor Antonov, il papà della City 17 di Half-Life 2).
Insomma, si sfiora il capolavoro.
Però Dishonored ha anche un piccolo difetto: la sua narrazione.
La trama è fin troppo prevedibile, i colpi di scena sono telefonati e, cosa particolarmente grave, troppo spesso si nota una certa mancanza di pathos nei momenti più importanti dell'avventura.
Chissenefrega eh, perché comunque si sta parlando di un giocone che offre un macello di possibilità in termini di libertà d'azione e di gameplay. Ma è appunto per questo che tale povertà narrativa stona ancora di più in mezzo a tanto ben di Dio.
Pure i titoli indie hanno i loro problemi, certo, ma per qualche motivo tendo a farci meno caso e a chiudere un occhio. E' stato così per To the Moon, che in effetti era un gioco scassatissimo in termini di gameplay, ma ero troppo preso dalla sua storia strappalacrime per accorgermene!

A voler ben vedere i titoli grossi che quest'anno mi hanno completamente assorbito sono stati solo due: Borderlands 2 e Lollipop Chainsaw.
Di Borderlands ne ho parlato approfonditamente qui: FPS sorprendente, con un sacco di belle idee, dialoghi geniali, stalloni da culo, eccetera eccetera... Evito di ripetermi, andate pure a leggere la recensione.
Lollipop Chainsaw in realtà non è propriamente considerabile come una grossa produzione, sebbene la campagna pubblicitaria a base di Jessica Nigri sia stata martellante.
In effetti potremmo tranquillamento considerarlo un titolo di nicchia.
Di fatto non è neanche un gioco privo di difetti, ciononostante è talmente scemo e fuori di testa che non ho potuto fare a meno di adorarlo. Anche di Lollipop, comunque, ne ho già parlato a suo tempo, ergo vi rimando all'apposita recenza.
Voglio il sequel :(
Si potrebbe poi discutere per ore delle conclusioni di saghe come la trilogia di Mass Effect o la ventordiciottologia di Assassin's Creed, ma francamente preferisco evitare, che a tal proposito si è già detto di tutto e di più e non ho voglia di dilungarmi troppo.
Anche perché in questa sede mi premeva semplicemente sottolineare come attualmente la parte più frizzante del mondo dei videogiochi sia composta dalla scena degli indie e dei titoli minori.
I giochi mainstream più conosciuti toccano comunque livelli qualitativi eccelsi, ma forse ultimamente fanno un po' fatica a fare breccia nel cuore degli appassionati di lunga data, che preferiscono affidarsi ai giochi più piccoli e sperimentali per cercare emozioni nel loro medium preferito.

Poi certo, i partitozzi in multy ad Halo 4 sono sempre assai gustosi (ciao Nab, ciao Andre) e in effetti a racing game eccelsi come Forza Horizon non puoi proprio dirgli niente.
Io in ogni caso non vedo l'ora di giocare a New Super Mario Bros U e suppongo che tra una settimana scarsa da queste parti ci sarà una tormenta di ammore Nintendo.
Che quella di neve ce la siamo già beccata oggi e francamente anche basta.

giovedì 22 novembre 2012

The Walking Dead: A Telltale Games Series

C'era molto scetticismo quando fu annunciato che Telltale Games si sarebbe occupata dello sviluppo del videogioco basato su The Walking Dead, principalmente perché i lavori più recenti della software house statunitense (Back to the Future e Jurassic Park) si erano rivelati tutt'altro che entusiasmanti.
Tra i videogiocatori si stava facendo largo l'opinione che i Telltale fossero degli sviluppatori sopravvalutati, incapaci di sfruttare il potenziale immenso dei brand che gli venivano affidati.

Per il gioco "a puntate" di The Walking Dead, dunque, eravamo tutti preparati al peggio.
Lo scorso Aprile, tuttavia, quando è finalmente uscito il primo episodio, è stato impossibile non rimanere piacevolmente sorpresi dallo stupefacente risultato ottenuto.
Il titolo in questione, infatti, pur dovendo fare i conti con l'ormai arrugginito motore grafico dei giochi Telltale, risultava estremamente sorprendente.
Prima di tutto il comparto tecnico claudicante veniva compensato da una direzione artistica di tutto rispetto, che sfruttava un bellissimo cel-shading fumettoso.
In secondo luogo, The Walking Dead colpì proprio per il suo lato narrativo, che non solo risultava assai godibile per gli standard di un videogioco, ma dava anche svariate piste alla serie televisiva.
I protagonisti facevano immediatamente breccia nel cuore di chi giocava e, soprattutto, la storia veniva raccontata in modo tale da trasmettere perfettamente tensione e senso di panico.
Nei mesi seguenti, l'uscita dei quattro episodi successivi non ha fatto altro che confermare le impressioni positive suscitate dal pilot.
Anzi, sento di poter dire che, spesso e volentieri, The Walking Dead è riuscito addirittura a superare le aspettative.
Survival horror? Magari no, ma comunque chissenefrega.
Dal punto di vista ludico, The Walking Dead è un'esperienza cinematografica che ricorda molto Heavy Rain di David Cage.
Anche qui il giocatore deve controllare un protagonista chiamato a interagire con lo scenario e a compiere scelte importanti che influenzeranno in maniera pesantissima il corso della vicenda.
In questa struttura di gioco sono presenti anche contaminazioni di altri generi, ma è veramente poca roba. The Walking Dead rimane sostanzialmente un (ottimo) film interattivo.
Il fulcro del titolo Telltale è sicuramente rappresentato dal rapporto tra il protagonista Lee e gli altri personaggi che lo accompagnano.
Gran parte del gioco si basa su questo aspetto e bisognerà sempre stare attenti a scegliere cosa dire o fare, sia nelle situazioni di pericolo che in quelle di relativa calma.
Il modo in cui ci comporteremo con i nostri amici andrà lentamente a plasmare la loro opinione sul nostro conto e le nostre azioni avranno notevoli ripercussioni mano a mano che procederemo nel gioco.
Il sistema di dialoghi funziona bene e riesce a rendere in maniera egregia la frenesia degli eventi, dato che spesso dovremo scegliere velocemente cosa dire, vuoi per stemperare i toni di una discussione accesa o per prendere una decisione da cui dipende la sopravvivenza del gruppo.

A proposito di sopravvivenza del gruppo: esattamente come nel fumetto e nella serie tv, anche qui vale la regola del "nessuno è al sicuro".
Tutti i personaggi possono morire. Spesso la loro morte sarà inevitabile, ma il più delle volte il loro destino dipenderà da quello che facciamo noi. È proprio in questi casi che il gioco riesce benissimo a farci sentire il peso delle nostre responsabilità.
Ci saranno infatti svariate occasioni in cui saremo costretti a scegliere tra la vita di una persona e quella di un'altra. Altre volte dovremo addirittura prendere decisioni moralmente difficili e brutali.
Ecco, se c'è una cosa estremamente apprezzabile di questo videogioco di The Walking Dead è il suo coraggio: Telltale non si è fatta problemi a toccare argomenti forti e a sconvolgere il giocatore con situazioni che altrove (sia nei videogiochi che in tv) verrebbero proposte in maniera molto più edulcorata.
The Walking Dead è un gioco spietato, che non esita a prendere il giocatore a pugni nello stomaco dall'inizio alla fine.
La vicenda raccontata, pur rispettando i canoni delle opere a base di zombi (e cadendo anche in un paio di clichè), riesce ad essere estremamente coinvolgente e cruda proprio perché non si fanno sconti a nessuno. Raramente si gioca per più di un'ora senza che accada qualcosa di inaspettato o di emotivamente spiazzante.
Scusate, vado un attimo a piangere.
The Walking Dead è per me uno dei giochi più belli dell'anno e, in generale, uno degli esperimenti videoludici più riusciti di sempre.
È un titolo che finalmente ha il coraggio di raccontare una storia adulta, mettendo tra l'altro in scena uno dei rapporti (quello tra Lee e la piccola Clementine) più toccanti che io abbia mai visto.
È un tornado di emozioni fortissime che dura una manciata di ore, culminante in un finale assolutamente commovente.
Applausi scroscianti per i ragazzi di Telltale, altro che sopravvalutati.

Ho giocato a The Walking Dead su XBOX 360, dove i cinque episodi sono acquistabili separatamente (il primo come Live Arcade, gli altri come DLC) al prezzo di 400 MP ciascuno.
Il gioco è ovviamente disponibile anche su PS3 e su Steam.
A Dicembre dovrebbe uscire la versione boxata, solo che non si è ancora capito se arriverà pure in Italia o meno.
A tal proposito, ricordo che il gioco è completamente in inglese. Manca del tutto una localizzazione in italiano, sia per quanto riguarda il doppiaggio che i sottotitoli. Non è un grosso problema, considerando che i dialoghi sono piuttosto semplici da comprendere, ma non si sa mai.
A quanto pare, visto il successo di pubblico e critica ottenuto da questa prima serie, Telltale ha già confermato che svilupperà The Walking Dead Season Two.
Ovviamente day-one.

mercoledì 21 novembre 2012

A Feast for Crows

La genesi di A Feast for Crows è abbastanza contorta.
Inizialmente Martin aveva progettato di far passare un lasso di tempo di cinque anni tra gli eventi narrati alla fine del terzo libro de "Le Cronache del ghiaccio e del fuoco" e gli eventi raccontati nel quarto (che doveva intitolarsi A Dance with Dragons).
Questo consistente salto temporale doveva presumibilmente servire a delineare meglio la situazione politica dei Sette Regni e a far procedere alcune sotto-trame di importanza marginale.
Giunto a un buon punto della stesura del quarto libro, tuttavia, Ciccio-Martin si è accorto che la cosa non funzionava, di conseguenza ha deciso di fare tabula rasa e di scrivere un nuovo romanzo che facesse da collegamento tra A Storm of Swords e A Dance with Dragons.
Nacque così A Feast for Crows.
Il problema è che A Feast for Crows stava venendo troppo lungo, ergo il nostro amato scrittore trollone e barbuto ha deciso di segare via tutti i capitoli incentrati su alcuni dei protagonisti più interessanti, per poi inserirli in blocco nel libro successivo.
Insomma, il bordello!

La conseguenza di questa stesura travagliata è facilmente intuibile: A Feast for Crows è decisamente un romanzo meno interessante rispetto al suo predecessore.
L'impressione, a volte, è proprio quella di leggere un filler di oltre ottocento pagine che si concentra su archi narrativi di importanza secondaria.
Se avete letto qualcosa delle Cronache del ghiaccio e del fuoco, saprete che ogni capitolo è narrato dal punto di vista di uno dei protagonisti (i cosiddetti "POV characters").
Come ho spiegato, in questo libro mancano del tutto capitoli dedicati a personaggi fondamentali come Jon Snow, Daenerys, Bran o Tyrion. Personaggi che spiace un po' non poter rivedere, soprattutto perché alla fine di A Storm of Swords ci avevano lasciati con la voglia di scoprire in che modo si sarebbero sviluppate le loro vicende.
In compenso, qui troviamo un mucchio di capitoli dedicati a POV characters secondari a cui vanno ad aggiungersi svariati volti nuovi.

Se posso dirlo, ho trovato abbastanza antipatica la decisione di Martin di buttare nel calderone così tanti punti di vista inediti: arrivati a questo punto della saga sarei stato curioso di conoscere le storie dei protagonisti a cui mi sono già affezionato, non quelle di comprimari di cui non me ne importa praticamente nulla.
E' brutto da dire, ma la sensazione è quella di avere che fare con una brodaglia allungata.
Poi per carità, volendo vedere il bicchiere mezzo pieno la scelta operata dall'autore ha anche alcuni lati positivi.
Ampliando il numero di POV si contribuisce a sviluppare meglio la saga e a rendere il mondo in cui è ambientata ancora più affascinante.
In A Feast for Crows si pone attenzione su un sacco di faccende che, nei libri precedenti, rimanevano sempre sullo sfondo (vediamo per la prima volta Dorne, ad esempio). In questo senso la cosa è anche apprezzabile, il guaio è che la narrazione ne esce ancora più lenta e spezzettata di quanto fosse in precedenza.
I capitoli dedicati a personaggi di un certo spessore in realtà non mancano, ma sia gli archi narrativi di Arya e Sansa che quelli di Jaime si rivelano abbastanza noiosetti.
Per la prima volta, inoltre, sono presenti capitoli dedicati a Cersei, ma personalmente li ho trovati molto deludenti (più che altro perchè lei è odiosa ai limiti del sopportabile e il suo personaggio non riserva particolari sorprese).
Non aspettatevi inoltre colpi di scena a raffica come in A Storm of Swords, anzi.
Di fatto non accade mai nulla di rilevante fino alla fine del libro, quando in effetti avvengono un paio di eventi tutto sommato imprevedibili.

Il problema di A Feast for Crows, dunque, è proprio quello di essere un libro di passaggio.
Non è affatto brutto, ma purtroppo si limita a gettare le basi per ciò che accadrà in seguito, proponendo una narrazione sfilacciata e spalmata sui punti di vista di troppi personaggi minori, che spesso entrano in scena solo per pochi capitoli e faticano a tenere alta la soglia d'attenzione del lettore.
Il primo volume di A Dance with Dragons, da quanto ho capito, dovrebbe svolgersi più o meno in contemporanea a questo quarto libro e tornerà a concentrarsi sui protagonisti che qui sono stati lasciati da parte.
E meno male, perchè Tyrion mi manca un casino!

sabato 17 novembre 2012

Argo

Vi dirò, sinceramente non sono mai stato un detrattore di Ben Affleck.
E' vero, come attore è sempre stato un tocco di legno, ma per qualche motivo ho finito per apprezzarlo in quasi tutti i film in cui ha recitato.
Poi certo, di sicuro vorremmo tutti dimenticarci dell'atroce parentesi Daredevil, ma in quel caso non era neanche tutta colpa sua se il film era lammerda.

Da qualche anno a questa parte, inoltre, il buon Affleck si è dato alla regia, rivelando un talento tutto sommato sorprendente.
Fino all'altro giorno, in ogni caso, non avevo ancora avuto modo di saggiare la cosa personalmente, dato che non ero ancora riuscito a vedere uno dei suoi film. Capirete dunque che non sapevo esattamente cosa aspettarmi da questo suo Argo.
Di sicuro non mi aspettavo uno dei film più belli dell'anno.
Già, perché Argo è davvero una pellicola bella da far spavento.

Il film racconta una storia vera: durante la rivoluzione islamica iraniana del 1979, l'ambasciata americana di Teheran venne occupata da un gruppo di militanti. Cinquantaquattro funzionari americani furono presi in ostaggio, mentre altri sei riuscirono a fuggire, rifugiandosi presso l'abitazione dell'ambasciatore del Canada.
In gran segreto, la CIA e il governo canadese organizzarono l'operazione "Canadian Caper", vale a dire una colossale messa in scena che aveva lo scopo di trarre in salvo i sei fuggiaschi, facendoli uscire dal confine iraniano sotto falsa copertura.
Argo narra proprio la pianificazione e lo svolgimento di questa incredibile impresa. Non ho usato l'aggettivo "incredibile" a sproposito, dato che questa operazione fu per davvero una roba completamente fuori di testa. Se non si conosce assolutamente nulla della faccenda (io non ne sapevo un tubo, ammetto tranquillamente la mia ignoranza) è inevitabile che la visione del film lasci letteralmente di sasso, soprattutto se si è appassionati di cinema!
Questa pellicola rende palese l'eccezionale abilità di Ben Affleck dietro la macchina da presa.
Il ragazzotto che fino a qualche anno fa era considerato più o meno da tutti come un attore belloccio e piuttosto insopportabile, col passare del tempo è sbocciato, trasformandosi in un regista di tutto rispetto.
Argo è un film che non mostra il fianco a critiche. Solo la parte centrale, forse, è un po' troppo verbosa e lenta, ma per il resto stiamo parlando di una pellicola assolutamente epocale.

La cura per i particolari è a dir poco fuori scala. Per certi aspetti Argo sembra un film girato per davvero trent'anni fa. La ricostruzione storica è certosina e denota un'attenzione per il realismo che non è comune a tutti i film di questo tipo, basti pensare a dettagli come la fotografia sporca e lo stile registico a metà tra il documentario e il thriller anni Settanta.
Non solo, perchè spesso è addirittura la somiglianza stessa degli attori alle loro controparti reali ad essere assolutamente impressionante. Probabilmente gran parte del merito è da attribuire ai costumi e al trucco, ma il risultato è davvero notevole.
Gli attori, tra le altre cose, sono tutti straordinariamente bravi e in parte.
Monumentali in particolar modo John Goodman e Alan Arkin, ma anche tutti gli altri convincono alla grande e se ne escono con performance recitative di tutto rispetto. E mi è piaciuto pure Affleck nel ruolo di protagonista, via.

Argo è anche straordinariamente coinvolgente. Le parti più lente del film sono compensate da almeno un paio di sequenze allucinanti, capaci di trasmettere una tensione pazzesca. Nel finale la suspense mi stava letteralmente uccidendo, non scherzo.
E' comunque tutto il film ad avere un ottimo ritmo e una sceneggiatura ben scritta, caratterizzata tra l'altro da dialoghi sempre curati e brillanti.

Indubbiamente un'opera come Argo ha presa facile sul sottoscritto, a tratti mi è sembrato di vedere una cosa girata apposta per titillare i miei gusti, ma vi posso assicurare che Ben Affleck ha davvero tirato fuori un piccolo capolavoro.
Uno dei migliori film del 2012 e non solo.

venerdì 9 novembre 2012

Road to Star Wars Episode VII [#2]

Seconda parte del super-post dedicato alle mie riflessioni su Episodio VII!
Oggi, come promesso, vi dirò cosa vorrei che ci fosse nella prossima trilogia di Star Wars.
Partiamo subito, che qui non c'è tempo da perdere!

Korriban
La Valle dei Signori Oscuri così come appariva in KotOR
Il pianeta dei Sith.
Non vederlo nella Nuova Trilogia è stata una discreta delusione. E in effetti non è che i prequel siano stati particolarmente accurati nel tratteggiare le origini dei Sith, ma a questo ci arriviamo dopo.
Korriban, nell'immaginario della saga, viene sempre rappresentato come un pianeta desertico su cui sorgono le monumentali tombe degli antichi Signori Oscuri. Una sorta di Egitto fantascientifico, insomma.
Sarebbe una location affascinante e d'impatto, senza contare che potrebbe gettare le basi per sviluppi narrativi interessanti.

Un villain come si deve
Inarrivabile.
Nella Vecchia Trilogia c'era Darth Vader, che è probabilmente uno degli antagonisti migliori della storia del cinema.
Era un nemico spietato, implacabile e potentissimo. La creatura dell'Imperatore riusciva a terrorizzare anche i suoi alleati e aveva una presenza scenica pazzesca.
Bucava lo schermo ad ogni apparizione e, col passare degli anni, la sua figura è diventata un'icona della cultura popolare.
E' il personaggio simbolo di Star Wars.
Difficile tirare fuori qualcosa di meglio, infatti la Nuova Trilogia non ci ha neanche provato: in essa un villain veramente carismatico mancava del tutto!
Palpatine si rivelava solo in Episodio III e rimaneva quasi sempre nell'ombra.
Darth Maul era visivamente fighissimo, ma diceva due frasi in croce.
Dooku... Boff, Cristopher Lee spaccava, ma il personaggio era un burattino.
C'era Anakin, ok, ma alla fine nella Nuova Trilogia era più considerabile come una vittima che non come un malvagio vero e proprio.
Grievous e Jango Fett vabbè, non nominiamoli nemmeno, erano carne da cannone.
In Episodio VII, VIII e IX voglio, anzi, ESIGO un nemico principale con i contromaroni, un bastardo dalla caratterizzazione impeccabile che faccia presenza fissa per tutta la trilogia e che si riveli un avversario formidabile per i protagonisti.
Il Mourinho della situazione, insomma. 

Niente Jedi over 9000
"L'abilità di distruggere un pianeta è insignificante in confronto alla potenza della Forza!"
Ok che l'ha detto Vader, però vediamo di non prendere sempre tutto alla lettera!
Questione spinosa.
In passato ho già parlato di come la figura dei Jedi sia cambiata con il passare degli anni.
Dai saggi maestri presenti nella Vecchia Trilogia si è passati ai ninja acrobati salterini dei prequel.
La cosa ha poi preso una piega ancora più tragica nell'Expanded Universe, dove si sono visti i Jedi Super Sayan di Force Unleashed II. In questo gioco i leggendari guardiani di pace e giustizia della Vecchia Repubblica erano capaci di accartocciare caccia stellari come se fossero lattine di Coca Cola e di compiere imprese impossibili anche per gente nata su Krypton.
Visto che un ritorno ai Jedi in stile Vecchia Trilogia lo vedo improbabile, mi piacerebbe che nei prossimi film la loro "potenza" non si discostasse troppo da quella degli episodi I-III e che non si assistesse ad esagerazioni eccessive.
Insomma, farei volentieri a meno di tamarrate come Jedi che combattono utilizzando otto spade laser contemporaneamente o Sith che hanno la capacità di sparare pallettoni di energia spirituale dal potere distruttivo di una bomba Tsar.
Probabilmente è una speranza vana, ma tant'è.

Storia
L'Expanded Universe ha già provato a scavare nel passato di Star Wars, andando indietro anche di svariati millenni.
Nei film, però, la questione è diversa.
Gradirei sapere qualcosa sui Sith. Chi erano? Come mai ce l'hanno tanto coi Jedi? La loro rivalità dipende unicamente da differenze filosofiche o in passato accaddero cose che non sappiamo?
E già che ci siamo, non mi farebbe affatto schifo sapere qualcosa sulle origini della Vecchia Repubblica e dell'Ordine Jedi stesso.
Ok, i nuovi film saranno ambientati dopo Episodio VI, è vero, ma ciò non toglie che in qualche modo potrebbero far luce sul passato della Galassia di Star Wars.

Darth Plagueis e apprendistato di Palpatine
L'unica roba lasciata un po' in sospeso dall'esalogia.
Su Darth Plagueis si sa pochissimo e, volendo, la terza trilogia potrebbe fare chiarezza sulla faccenda.
Unica cosa: per carità di Dio, non fate risorgere Palpatine!

Guerre Stellari
0 ABY
No, non auspico che Star Wars torni a chiamarsi Guerre Stellari!
Magari.
A tal proposito mi chiedo: come verranno chiamati C1-P8 e D-3BO in questi nuovi film? Dovranno avere nuovamente i cacofonici nomi americani o le direttive di Lucas riguardo agli adattamenti linguistici non varranno più dopo il passaggio a Disney? Vabbè, vedremo...
Comunque sia, nella Terza Trilogia voglio rivedere proprio le "guerre stellari", cioè le battaglie nello spazio!
Nella Nuova Trilogia in pratica se ne sono viste solo due: una alla fine di Episodio I e l'altra all'inizio di Episodio III. Quest'ultima non era male, soprattutto perché dava luogo alla sequenza d'apertura più spettacolare dell'intera saga. Il problema era che, in quanto a pathos e a coinvolgimento, non era una battaglia minimamente paragonabile a quella di Yavin o a quella di Endor.
La mancanza di scontri "astronavali" con i contromaroni è a mio avviso una lacuna pazzesca per dei film che hanno le parole "Star" e "Wars" nel nome.
Stavolta voglio vedere almeno una battaglia a episodio, poche palle. E prego che sia lunga, epica e, soprattutto, che non si risolva a tarallucci e vino. Niente navi di controllo dei droidi che vengono distrutte per pura botta di culo, please.
Sì invece a piani d'attacco studiati nel dettaglio come si vedeva nei briefing dell'Alleanza Ribelle.
E voglio rivedere un ammiraglio Mon Calamari!

I Whill
Un Whill?
Si è parlato delle origini della Repubblica e dei Jedi.
In Star Wars c'è un'altra roba misteriosa che non è mai stata spiegata: i Whill.
Chi sono? Beh, è difficile dirlo, perché ufficialmente non si sa.
Diciamo che tali esseri, secondo la mitologia della saga, dovrebbero essere degli antichi sciamani particolarmente sensibili alla Forza (o almeno, ricordo che questo era ciò che traspariva dal fumetto di Revenge of the Sith). Molti sostengono che Yoda stesso appartenga alla razza dei Whill.
Nella bozza iniziale del primo film della saga, scritta da Lucas nel 1973, i Whill erano degli "osservatori" o, più precisamente, dei narratori che raccontavano la storia di Star Wars. Qualcosina di questa idea è rimasta, tanto è vero che l'opening crawl di ogni film è preceduto dalla frase "Tanto tempo fa, in una Galassia lontana lontana...".
In ogni caso, lasciando da parte tutte queste pippe mentali schifosamente nerd, dei Whill si è detto poco o nulla persino nell'Expanded Universe. Di conseguenza potrebbero essere un ottimo trampolino di lancio per costruire la storia di una trilogia.
Poi va bè, il fatto che siano un'idea di Lucas risalente alla primissima bozza del film originale non rende così scontato che vengano tirati in ballo in uno Star Wars made in Disney, anzi!

Nuova epoca
"Sugay!" [cit.]
Ok, Episodio VII si svolgerà dopo ROTJ, ma quanto tempo dopo?
Girano voci su possibili ritorni di Mark Hamill, Harrison Ford o Carrie Fisher, ma questo non vuol dire niente.
I protagonisti della Vecchia Trilogia potrebbero infatti apparire in registrazioni olografiche, holocron e quant'altro, non è detto che compaiano in carne ed ossa.
Di conseguenza Episodio VII potrebbe anche essere ambientato secoli (o millenni) dopo Il Ritorno dello Jedi.
A mio avviso, se così fosse, sarebbe la cosa migliore. Se non altro perchè mi sembrerebbe ridicolo che la Galassia si ritrovasse ad affrontare una nuova minaccia del Lato Oscuro solo pochi anni dopo la caduta di Palpatine.
Anakin morendo doveva portare l'equilibrio nella Forza, che razza di equilibrio sarebbe se pochi anni dopo scoppiasse una nuova guerra?
Discorso diverso se venissero tirati fuori nemici inediti che non c'entrano una fava con i Sith, tipo gli Yuuzhan Vong dell'EU, ma la cosa mi farebbe abbastanza ribrezzo.
 
Emma Stone protagonista
The Force is strong with her!
E vabbè, lasciatemi sognare!
 
Oltre a queste cose, ovviamente, vorrei vedere tutto quello che solitamente cerco sempre in un buon film.
Detto senza giri di parole, spero che la Terza Trilogia sappia far tesoro degli errori commessi nella trilogia dei prequel.
Le sequenze spettacolari e gli effetti visivi da mascella slogata vanno benissimo, ma per girare una pellicola che metta tutti d'accordo c'è bisogno di una buona regia, di una sceneggiatura solida, di dialoghi scritti come si deve e di una recitazione convincente.
So che sono cose banali da dire, ma, considerando certe brutture viste nella saga, direi che fa sempre bene ribadirle.

Pensare ora a tutto questo è chiaramente ridicolo, ma mi pareva carino condividere le mie speranze con voi che leggete il blog.
In ogni caso non preoccupatevi, da qui al 2015 parleremo sicuramente ancora dell'argomento e ci sarà spazio per altri post della rubrica "Road to Star Wars Episode VII".
Del resto se ho scritto tutto 'sto pippone logorroico ora che non si sa praticamente nulla, figuriamoci cosa succederà quando ci saranno a disposizione maggiori informazioni da discutere e commentare!
La vedo bruttissima!

giovedì 8 novembre 2012

Road to Star Wars Episode VII [#1]

L'acquisizione di LucasFilm da parte di Disney è stata senza ombra di dubbio una delle notizie più sconvolgenti di questi ultimi anni.
Tale avvenimento ha assunto connotati ancora più incredibili quando la casa di Topolino ha annunciato di voler produrre una terza trilogia di Star Wars che inizierà nel 2015 con Star Wars Episodio VII.
Sgomento.
Nel momento in cui tutta la faccenda è giunta alle mie orecchie sono rimasto sconvolto.
L'idea di un nuovo film della saga mi è parsa sin da subito surreale e difficile da accettare, questo perché, come tanti altri fan, consideravo l'esalogia come un'opera fatta e finita.
La storia di Anakin era stata raccontata, il cerchio si era chiuso, non restavano faccende in sospeso e non c'erano particolari buchi narrativi da tappare.
Anakin si era redento.
L'Impero era stato sconfitto.
Il bene aveva trionfato.
trollface
E invece no, la settimana scorsa tutto è cambiato con l'annuncio di Episodio VII.
Star Wars è destinato ad andare avanti, in quale direzione non si sa.
Sicuramente, col senno di poi, era plausibile pensare che la saga non sarebbe morta dopo La Vendetta dei Sith. Del resto stiamo parlando di un marchio fortissimo che vanta una fanbase di dimensioni abnormi.
Un marchio che, pur essendosi enormemente ampliato in ogni settore del mondo dell'intrattenimento, continua a basare il proprio appeal sulle sue uscite cinematografiche.
E insomma, capirete che dal punto di vista prettamente economico era prevedibile che, presto o tardi, Lucas o chi per lui avrebbe deciso di tirar fuori un nuovo film.
Da questo punto di vista è quasi un bene che il vecchio regista dalla camicia a quadrettoni si sia levato dalle palle, viste le minchiate che è riuscito a combinare negli ultimi anni. Ma soprattutto è un bene che le redini del suo impero siano passate a Disney, azienda che in tempi recenti è riuscita a tirar fuori cose abbastanza carine in ambito cinematografico.
Voglio dire, Avengers non mi pare tutta 'sta schifezza, no?
Ma al di là dei film targati Marvel, mi vengono anche in mente lungometraggi d'animazione come Rapunzel o l'imminente Wreck-it-Ralph, che pare un vero e proprio atto d'amore nei confronti del mondo videoludico.
Persino Tron Legacy, pur con tutti i suoi difetti, era visivamente eccelso e proponeva una gran colonna sonora.
E John Carter secondo me era una pellicola validissima che ha avuto la sfiga di uscire nel momento storico sbagliato.

Certo, probabilmente posso abbandonare l'idea dello Star Wars dei miei sogni. Dubito che con Disney vedrò mai un Guerre Stellari sporco e cattivo, un film di guerra nello spazio con Sith davvero spietati e battaglie veramente tese e drammatiche. Meglio invece che io mi metta il cuore in pace e che mi rassegni ad aspettare un film edulcorato, con un livello di violenza (visiva e non) in linea con gli standard cinematografici odierni.
Un pop-corn movie, insomma.
E vabbè, pazienza, tanto più che "film per tutti" non significa necessariamente "film brutto".

Come probabilmente traspare da ciò che ho scritto, non sono del tutto contrario all'idea di una terza trilogia.
Intendiamoci, inizialmente ero allibito. Ma poi, ragionandoci su e assimilando la cosa, ho iniziato a pensare che in fondo sarà bello emozionarsi nuovamente per uno Star Wars, soprattutto se si tratterà di un film all'altezza. Del resto non è che ci voglia molto impegno per tirare fuori qualcosa di meglio della Nuova Trilogia, eh, ammetiamolo!
E poi c'è un altro fatto.
I prequel, per loro stessa natura, avevano un piccolo problema: raccontavano una storia che conoscevamo già. Non nei piccoli dettagli, ovvio, ma alla fine chiunque sapeva che Anakin sarebbe passato al Lato Oscuro, che i Jedi sarebbero stati sconfitti e che Palpatine sarebbe diventato imperatore.
Episodio VII, VIII e IX saranno invece film completamenti nuovi. Per la prima volta dal 1983 andremo a vedere uno Star Wars senza avere la più pallida idea di quello che ci aspetta.
Ora, non so come la vediate voi, ma per me questa è una grandissima figata. Anche perché sono nato solo nel 1985!
Lascio quindi a Disney il beneficio del dubbio e attendo notizie più concrete.
Intanto, però, nulla mi vieta di farmi qualche pippa mentale a riguardo.
E' inutile. Nel 2015, quando rivedrò questa scritta sul grande schermo, mi emozionerò esattamente come nel 1999.
Speriamo di non rivedere Jar Jar, però.
Prima di tutto la cosa più importante: fantastichiamo sul regista.
Con Lucas fuori dai coglioni si dovrà cercare qualcuno che sappia gestire questa patata bollente.
C'è chi parla di Nolan, chi di Spielberg e chi di Jackson.
Francamente nessuno dei tre mi sembra la scelta migliore.
Nolan è bravo, ma lo vedo oggettivamente troppo lontano da quello che è lo stile di Star Wars. Scartato.
Spielberg boh, troppo legato a Lucas per quanto mi riguarda, via anche lui.
Peter Jackson non sarebbe male. Però no, nel 2015 avrà appena finito con The Hobbit e sarà scoppiato, non ce lo vedo a mettersi al lavoro su un'altra trilogia tremendamente impegnativa.
Francamente, se dipendesse da me, opterei per qualcuno di relativamente giovane e talentuoso ma non troppo conosciuto.
In questi giorni leggevo una voce di corridoio che vorrebbe Matthew Vaughn come uno dei registi più papabili. Il rumor nasce dal fatto che quest'ultimo avrebbe appena rinunciato misteriosamente alla regia del prossimo X-Men: Days of Future Past, film in uscita nel 2014.
Possibile che ci sia sotto qualcosa? Difficile dirlo.
Per chi non lo sapesse, Vaughn sarebbe il regista di Kick-Ass e di X-Men: L'Inizio, due pellicole che ho adorato. Quindi insomma, se venisse effettivamente confermato lui inizierei a tirarmi segoni a due mani già da oggi.
Altra valida alternativa, forse un po' più coraggiosa e avventata, potrebbe a mio avviso essere Josh Trank, regista di Chronicle. Giovanissimo, entusiasta e piuttosto capace. Un suo Star Wars mi stuzzicherebbe parecchio.
ENDRIU!
Ad ogni modo è troppo presto per speculare su registi e attori, in fondo di Episodio VII non si sa assolutamente nulla se non che sarà ambientato nel periodo successivo al Ritorno dello Jedi e racconterà cosa è accaduto nella Galassia dopo la caduta dell'Impero.
Di cose da approfondire ce ne sarebbero potenzialmente un sacco. Per forza di cose bisognerà deviare da quello che fino ad oggi è stato il cardine di Star Wars (la storia di Anakin Skywalker), ma ad essere sincero non mi sembra così impossibile trovare spunti per un'altra trilogia in un universo così vasto e affascinante.
La cosa più importante, a mio avviso, è che i nuovi film prendano completamente le distanze dall'Expanded Universe. Spiace, soprattutto considerando che nel post-ROTJ, oltre a tanta spazzatura, c'era anche del materiale interessante (tipo Jedi Knight e Jedi Outcast) a cui molti fan sono affezionati. Ma a dirla tutta preferisco una storia nuova, che funzioni perfettamente in ambito cinematografico, piuttosto che un adattamento di qualche libro, videogioco o fumetto.
Chiaro, qualche cosetta proveniente dall'universo espanso possono pure tenerla (pianeti, razze e quant'altro), del resto anche i prequel si rifacevano ad esso per alcune faccende, ma la storia raccontata dovrà essere completamente inedita.
Tabula rasa, che si riparta da zero.

A questo punto la domanda fondamentale è questa: cosa mi piacerebbe vedere nei nuovi Star Wars?
Ho iniziato a buttar giù un paio di cose che, a mio avviso, potrebbero essere interessanti per far proseguire la saga in maniera intrigante.
Ne parlerò nel post di domani, restate sintonizzati!